Il periodo di carnevale permette ad alcuni di noi di assumere non un’identità alternativa, ma quella che più ci corrisponde, e che teniamo nascosta sotto la maschera che indossiamo tutti i giorni. Come la storia di Superman e Clark Kent: l’imbranato, occhialuto e inoffensivo Clark è la copertura che il kryptoniano usa per passare inosservato tra i terrestri. Allo stesso modo certi fantasmi circolano a piede libero mascherati da principi azzurri.
Come da manuale del ghosting, anche nel tuo caso ci sono state da parte sua profferte, promesse, attenzioni. Messaggi di buongiorno e buonanotte. Tutti i giorni, tutte le notti. Piccoli regali, che, come cavalli di Troia (beh, non esageriamo, al massimo come Mini Pony di Troia) avevano la funzione di aprire una breccia. Tenerezza alternata, su tua precisa sollecitazione, a secchiate di ormoni bollenti. Senza scadere mai nel sexting, perché se si voleva scopare non c’era certo bisogno di farlo per telefono. L’invio di qualche fotografia, quella sì. Sempre su tua richiesta, secondo quella legge non scritta che dice che tutte le volte che hai l’occasione di mettere le mani su uno che non somiglia a Gollum, è bene capitalizzare. Un po’ come quelli che vanno tre giorni a Formentera a maggio e postano foto di spiagge e aperitivi al tramonto fino a Natale.

L’onestà intellettuale che ti contraddistingue ti costringe ad ammettere che il tuo comportamento, nel caso specifico, potrebbe essere stato contraddittorio e forse fonte di confusione. Tanto caldo e sfrenato sotto le lenzuola, quanto trattenuto e tiepido sugli altri fronti. Durante la vostra frequentazione, hai negato al tapino qualsiasi concessione ad attività comunemente definite “di coppia”? Forse. Complice anche, va detto, un’impennata della curva dei contagi (da escludere quindi le cene al ristorante o gli eventi mondani al chiuso) e il clima tipico dei mesi di dicembre e gennaio (da escludere quindi le attività all’aria aperta, che comunque reputi largamente sopravvalutate anche nella bella stagione: non c’è apporto di vitamina D che non possa essere attinto da una buona dose di integratori). Dal tuo punto di vista si è trattato di due mesi idilliaci: nessun obbligo sociale da assolvere, e scopate regolari e piacevoli. In pratica, l’esatto opposto di ciò che accade ad una coppia. E per te sarebbe potuto continuare tutto così fino a nuovo ordine. Invece lui sparisce.

Una fervida fantasia è il sudoku delle risorse intellettuali: non serve a un cazzo, ma assorbe un sacco di tempo ed energie. Perciò, fai accomodare il pubblico immaginario in quel cinema multisala che è la tua mente, e dai il via alla proiezione di Tutte le possibili spiegazioni di questa sparizione.

Scenario 1: Vediamo lui che chiacchiera con un’amica. Non una qualsiasi: la migliore amica. Ovvero quella che non l’ha mai considerato davvero un’opzione, ma sarebbe disposta a scoparci, pur di pisciare (più o meno simbolicamente) sul territorio da marcare. Mentre lo ascolta raccontare come va tra voi, l’espressione sul volto di quella vipera si fa sempre più perplessa. Lui, interdetto, le domanda: – Cosa c’è? E lei, fingendo di controllare una sbeccatura sullo smalto semipermanente della manicure pagata nove euro e novanta con Groupon, risponde evasiva: – Ma no, niente…
Oltre allo smalto semipermanente di lei, inizia a sbeccarsi anche la maschera di lui: quella da maschio sicuro di sé, impermeabile al giudizio altrui.
– Dimmelo, dai. Sono curioso – insiste.
L’amica ormai sa di averlo in pugno. È la sua occasione di scongiurare il pericolo di serate in solitudine e week end di maratone su Netflix: i due mesi della vostra frequentazione l’hanno fatta tremare, ma lei, da fine stratega, si è guardata bene dal creare il caso. Ha preferito aspettare il momento opportuno per sferrare il suo attacco. E il momento è questo.
– Ma, sinceramente, a te tutta questa situazione va bene?
Tutta questa situazione fino a un minuto fa si sarebbe riassunta così: ho conosciuto una con cui mi diverto e scopo bene, e che per il resto del tempo non mi rompe le palle e mi lascia libero di fare quello che mi pare. Un qualsiasi maschio dotato di tre neuroni e un pollice opponibile avrebbe domandato: dov’è che devo firmare?
Ma ora che queste parole sono uscite dalla corolla di quella pianta velenosa vestita Desigual, tutta questa situazione diventa: Ehi, forse dovrei sentirmi offeso e ferito nell’orgoglio dal fatto che quella con cui mi diverto e scopo, per il resto del tempo non mi rompa le palle e mi lasci libero di fare quello che mi pare! Che fine ha fatto la mia dignità di uomo, accidenti?!
Il dubbio s’insinua, scava e lavora, e il risultato è che, tempo ventiquattr’ore, il poverino pensa di essere arrivato da solo, in totale autonomia, alla brillante e salvifica decisione di non farsi più sentire con te. E sarà persino grato all’amica che si mostrerà così soccorrevole e presente, quando lui le comunicherà la sua risoluzione.

Scenario 2: Locale del centro, esterno notte. Il nostro futuro fantasma sta chiacchierando con alcuni amici. Il gruppo viene accerchiato da un branco di femmine in calore: età media stimata tra i venticinque e i trent’anni, pancia nuda d’ordinanza, sopracciglia tatuate e labbra gonfie e tumefatte come dopo un frontale con una parete di plexiglass molto pulita. Le ragazzine-tipo-Instagram sono tutte uguali, come i cloni di Mister Smith in Matrix, ma con il contouring. Non potendo battere in ritirata, le prede sanno che dovranno arrendersi, certo non senza combattere. Tentano una blanda forma di resistenza, come sono usi fare i maschi al giorno d’oggi, ma le nostre velociraptor sono affamate. E a unghiate scalfiscono un’altra maschera del nostro Belfagor in incognito, facendo trapelare la verità: nonostante le dichiarazioni che hai raccolto tra un cunnilingus e un pompino giusto qualche sera fa, a lui, la ragazzina-tipo-Instagram piace eccome. Naturalmente non è colpa sua. È piuttosto la pervasività del modello che intacca i canoni estetici anche di chi si ritiene al sicuro da certi condizionamenti. La ragazzina-tipo-Instagram gli dà forse più affidabilità? No. Gli offre la prospettiva di scopate migliori? No. Potrebbe essere più propensa di te a formare una coppia? Sì, perché da giorni ha in canna gli hashtag #seivita #ioetecontrotutti #mylove #loveofmylife #justthetwoofus e, finché non posterà una foto con il fidanzato di turno, non saprà che farsene. In lui non vede un maschio, ma una Instagram opportunity. Il nostro non potrà fare altro che lasciarsi irretire.

Scenario 3: Identico allo scenario 2, ma con una vecchia fiamma al posto della ragazzina-tipo-Instagram. Anche se a questo punto non escludi che possa esistere un’ampia intersezione tra i due insiemi.

Scenario 4: Qualcuno che vi conosce entrambi ti ha vista su Tinder ed è corso a riferirglielo. Niente affatto inverosimile, visto che tu, da Tinder, non ti sei mai cancellata. Anche perchè se no, di cosa scriveresti? E lui, invece di cercare un chiarimento, ha preferito sparire.

Dallo scenario 5 in poi, ci addentriamo nel campo dell’Improbabile Ma Suggestivo. In ordine sparso: ha scoperto di avere l’AIDS e non sa come dirtelo; ha deciso di arruolarsi nella legione straniera e non vuole farti preoccupare; ha capito di essere gay e gli scoccia farti sapere che certi tuoi sospetti erano fondati; è stato rapito e il lobo del suo orecchio in questo preciso momento è in una busta nella buchetta delle lettere di casa dei suoi; si è unito ad un circo; è diventato un mormone e si è trasferito nello Utah; quella macchiolina dai bordi frastagliati alla fine non era un neo.

È curioso se pensi che il termine ghosting deriva da ghost, che è anche il titolo di un film nel quale Patrick Swayze torna addirittura dal regno dei morti per comunicare con la sua fidanzata. In questa ottica, non esiste scenario, per quanto fantasioso, che giustifichi l’accaduto. Dal canto tuo, va detto che non hai mosso neppure la falangetta del tuo mignolo sinistro per impedirlo e hai lasciato che le cose prendessero la piega che poi hanno preso. A darti il tormento, ora come ora, è il tuo lato narcisista e sei assillata da domande agghiaccianti. No, non ti chiedi che fine abbia fatto tutto quel coinvolgimento. Ma piuttosto: quando scopavate, era abbastanza buio perché le zone sfuggite a ceretta/rasoio/pinzette rimanessero occulte? Sarai riuscita, quella volta, a camuffare con un colpo di tosse l’emissione di un peto vaginale? Sei sicura che lo slalom tra aglio, cipolla, soffritto, tartufo, caffè, sia stato sufficiente a metterti al riparo dall’alitosi? Sei più che certa di non avere avuto mai niente tra i denti, eccezion fatta per qualche suo pelo pubico? Chi ti assicura che, usando il tuo bagno, non abbia sbirciato nei cassetti che nascondono un incomparabile armamentario di lavande e ovuli vaginali, lubrificanti, gel, salviette intime, detergenti specifici contro la secchezza vaginale e tubetti di pomate contro le emorroidi? Ora capisci perché Barbablù era costretto ad ammazzare una dopo l’altra tutte le donne che mettevano piede in casa sua.

Da Wikipedia: L’imprinting è un particolare tipo di apprendimento per esposizione, presente in forme e gradi diversi in tutti i vertebrati. Serve a fissare una memoria stabile delle caratteristiche visive degli individui da cui si verrà allevati (imprinting filiale) o degli individui con i quali è possibile riprodursi (imprinting sessuale).
Il primo limone che hai dato su base volontaria, al di fuori del contesto normato dalle implacabili logiche del gioco della bottiglia, l’hai dato a uno che ti faceva schifo. In accordo con la teoria dell’imprinting, quindi, è piuttosto difficile sostenere che questo non abbia condizionato il corso degli avvenimenti che ti hanno portata, oggi, a sfogliare profili di sconosciuti su Tinder.

Riviera romagnola. Estate 1997. Ritrovi come ogni anno gli amici del mare, ma alcune significative novità si sono nel frattempo affacciate all’orizzonte, tra cui ciuffi di peluria anarchica, membra sproporzionate e odore acre. La pubescenza si manifesta in modo del tutto randomico, come in un’estrazione del lotto ormonale: potevano arrivarti tette, mestruazioni e lascivia, invece hai ricevuto baffi, brufoli e sbalzi d’umore. Anche i maschi sono cambiati. Vogliono mettersi in mostra, e lanciano qua e là certi sguardi lubrichi e morbosi che sembrano usciti da un documentario di Super Quark diretto da Matteo Garrone. Hanno improvvisamente scoperto di avere un pene, e lo tormentano con la stessa foga compulsiva con la quale, solo l’estate prima, manovravano il joystick di Puzzle Bobble. E così, nelle torride ore post-prandiali, un branco male assortito di zombie impacciati e appiccicosi vanno alla ricerca di femmine con cui esplorare nuovi passatempi dietro le cabine e sotto il tavolo da ping-pong. E tu, che non hai mai praticato sport di squadra, scopri il terrore di essere quello che viene scelto per ultimo a calcetto. Essere scartati e basta sarebbe già una ferita narcisistica degna di nota, ma almeno permetterebbe di allontanarsi e lasciare il gruppo facendo perdere le proprie tracce, come un animale impallinato che se ne va a morire, solo, nel cuore del bosco. Essere scelti per ultimi, al contrario, non prevede alcun sollievo dall’umiliazione cocente. Sei costretta a continuare a giocare, sapendo però che ruolo ti è stato assegnato: la penalty. Ti dici che questo non può succedere, non sopravvivresti all’onta. Anche perché, nonostante i maschi presenti siano gli unici esemplari che hai a disposizione (e nella logica della moltiplicazione della specie che d’improvviso vi governa, tanto dovrebbe bastare a farteli vedere come dei semi-dei fecondatori, potenziali impollinatori dei tuoi ovociti, che per inciso in questo momento se ne stanno dormienti e ignari), conservi sufficiente lucidità per renderti conto che non hai di fronte il cast di Bay Watch: mentre venire scelta per ultima da David Hasselhoff potrebbe avere un che di ineluttabile, essere scelta per ultima dai Goonies avrebbe un sapore ancor più amaro. L’unica è scegliere tu per prima. Decidi di giocare di strategia e punti sulla preda più facile. Il colpo sicuro. Il più sfigato. Anche ora, a distanza di decenni, ripensando a quella scena puoi individuare il momento esatto nel quale la tua asticella, in fatto di maschi, si è abbassata irrimediabilmente, assumendo quella inclinazione verso l’humus che determinerà le tue scelte future.
Il fortunello è C. Rachitico e ingobbito, è poco più di un mucchietto di ossa tenute insieme da un lembo di pelle bruciacchiata dal sole. Nonostante un apparecchio ortodontico che pare uscito dalla fantasia di Tim Burton, riesce a mangiarsi le unghie fino alla prima falange. E questo, unito alla sua conformazione fisica, fa somigliare le sue dita a dei fiammiferi. È un competitivo della peggior specie: quelli che perdono sempre. Quindi è anche isterico. Dal suo ingresso nella pubertà, poi, gracchia le sue lamentazioni con una voce strozzata che a tratti fatica a uscire dalla trachea. E questo sembra innervosirlo ancora di più, facendo vibrare di frustrazione quella nocciola ammaccata che ha al posto del pomo d’Adamo.

Eccoti quindi seduta su una panchina, nell’afa soffocante delle tre del pomeriggio, accanto a C., che dopo l’accenno di spavalderia manifestato mentre vi allontanavate dal branco, ora chiaramente non ha idea di cosa fare. Il caldo non fa che peggiorare una situazione già imbarazzante e, con la quantità di ormoni che avete in corpo, in pratica traspirate soupe à l’oignon. Dopo una mezz’ora buona, C., sfinito dalla tensione e gravemente disidratato, con la forza della disperazione solleva un braccio e te lo passa attorno alle spalle. Il braccio è talmente sottile e leggero che, se non fosse per l’assenza della minima bava di vento, avresti detto che sia stato mosso da uno spostamento d’aria. Tu abbassi gli occhi con finto pudore virginale, mentre in realtà stai cercando, nella trama del pareo, la spiegazione psicanalitica del tuo trovarti lì, in compagnia di uno sgorbio raccapricciante, per di più a soffrire come un cane per le condizioni climatiche avverse. E così facendo ti accorgi con sommo disgusto che la sua coscia è esattamente la metà della tua. Fissando quella gambetta secca, prendi coscienza del tuo essere grossa e sgraziata come un’otaria. Non che un’otaria abbia le cosce, ma se le avesse sarebbero esattamente come le tue. Ecco cosa siete: un’otaria e un insetto-stecco. Un accoppiamento inedito e contro natura. Come se non bastasse, mentre tu stai formulando questo pensiero, le sue ghiandole sudoripare lavorano a pieno regime, e con la visione periferica scorgi una goccia di sudore che inizia a calarsi giù lungo quel ciuffetto di peli fulvi che gli è cresciuto sotto l’ascella negli ultimi dieci minuti. Scendendo, aumenta di volume, raccoglie tutte le tossine e le impurità avviluppate alla peluria, s’intorbida, cresce ancora e infine, dopo un’ultima, tremolante, esitazione, si lascia cadere, atterrandoti sulla pelle della spalla con un assordante plaf!
Vorresti amputarti il braccio dal lobo dell’orecchio, ma cerchi di darti un contegno. Lui, ignaro dell’accaduto, è prostrato dall’impresa di averti cinto le spalle, ma anche ringalluzzito dall’audacia del gesto e sinceramente stupito dal suo esito: probabilmente si aspettava che ti saresti sottratta al contatto schifata, come chi, nuotando nell’acqua limacciosa dell’Adriatico, si senta sfiorare da qualcosa di viscido. C. pensa bene di consolidare le posizioni guadagnate facendosi più vicino: ora senti le sue costole premerti contro il braccio. Prendi una decisione drastica: se devi morire, che almeno sia una morte rapida e indolore. Quando ti giri verso di lui, rassegnata, lo trovi già pronto, con gli occhi semichiusi. Persino dietro le labbra umide e protese, puoi indovinare una per una le sagome degli attacchi dell’apparecchio. In una frazione di secondo è fatta. Prima che tu abbia il tempo di dire mononucleosi, stai dando il tuo primo bacio. Se così si può definire quello sconclusionato mulinare di lingue in mezzo a marosi di saliva. Chi l’avrebbe mai detto: alcuni orifizi sembrano molto più grandi, dall’interno. Infatti la tua lingua nella sua bocca sembra un nano che scorrazza sotto le volte di una cattedrale, e la sua lingua nella tua bocca un dito mignolo che fruga nella buca di un campo da golf. Nano e mignolo si inseguono come gatto e topo nei cartoni animati: non si toccano, quasi fossero due calamite con i poli di uguale segno che si fronteggiano, si evitano, si respingono senza contatto. La faccenda sta diventando ridicola. Il caldo è insopportabile. Non sai chi di voi due abbia i baffi più sudati.  I capelli sciolti ti si stanno appiccicando alla nuca e alla schiena: hai voluto giocare la carda della maliarda, ed ecco il risultato. Non sapendo dove mettere le mani, le tieni saldamente ancorate sulle cosce da otaria. Gli occhi sono chiusi, strizzati, per il terrore che la luce del sole, passando attraverso le palpebre, vi proietti la sagoma dell’obbrobrio che hai attaccato alla faccia. Il mix di temperatura torrida, concentrazione e disgusto ti fa vivere un’esperienza extracorporea. E mentre vieni attraversata dal pensiero che, Dio santo, ha anche l’r moscia, l’anima abbandona le tue spoglie mortali per fluttuare da qualche parte in alto a sinistra sopra di voi. Non ti era mai successo, ma succederà ancora. Molte altre volte. In ogni occasione nella quale farai qualcosa che non ti va, quando il ribrezzo o l’ansia diventeranno insopportabili, con un balzo uscirai da te e ti lascerai lì come il guscio vuoto di una cicala, nell’attesa paziente e incredula che tutto finisca.

(continua…)

Non ci sarebbe nulla di male ad uscire con una donna che si percepisce uomo, non fosse che l’esemplare che hai pescato tu riassume in sé il peggio delle due categorie. Giovanna/Giovanni parla solo di sport, ma con una tale dovizia di particolari da farti invocare il coma: gioca a football americano e, mentre ti illustra nel dettaglio regole e relative eccezioni (con tanto di visione di video esplicativi sul cellulare), si prende la libertà di divagare sul taglio e il tessuto delle divise, sulla manicure in tinta con i colori della squadra, sulle faide tra le compagne. Comprendi e condividi la scelta dei direttori di rete di affidare la conduzione dei programmi sportivi quasi esclusivamente a giornalisti uomini: in caso contrario, il commento di Pro Lissone Football club – Atletico Pizzighettone rischierebbe di battere, in durata, la serata finale del Festival di Sanremo. Ti è capitato altre volte di sorbirti quella solfa (forse con meno enfasi sull’opportunità di dotare gli spogliatoi di asciugacapelli e piastre), ma ti facevi forza aggrappandoti mentalmente all’idea di quello a cui ti saresti aggrappata materialmente, una volta terminato quel supplizio. La situazione in cui ti trovi ora è ben diversa: non c’è proprio nulla a cui tu ti possa aggrappare, nemmeno la speranza. La tua spiccata predilezione per l’anatomia maschile potrebbe risultare offensiva per Giovanna che si percepisce Giovanni. Tuttavia il punto non è come si percepisce lei/lui, bensì quello che riuscirebbe a far percepire a te. E tu sei immune a certi sortilegi, soprattutto se manca la bacchetta magica.

– Tu sai sciare?
Ci risiamo. Inizi a sospettare che dietro quella domanda di rito si celi un mistero che non riesci ad afferrare. E se la risposta fosse Fidelio?
Il cellulare manda uno scampanellio: è una notifica di Tinder.
– Tutto ok? – chiede Giovanna/Giovanni.
Cos’è il genio?
– Cazzo! È la mia vicina di casa: il mio gatto è in cima ad un albero e non riesce a scendere. Mi dispiace, ma devo scappare.
– Gatto? Mi avevi scritto di avere un cane…
– Sì, infatti, è un cane che però si percepisce gatto. Qualcosa tipo Quattro bassotti per un danese, ma senza messaggi subliminali a sfondo massonico… Comunque, scusa ma devo proprio andare.
– Ti accompagno! Aspetta un momento, vado a fare la pipì. Non so come mai, ma ultimamente mi scappa di continuo…
– Sarà la prostata! – sono le tue ultime parole, prima di lanciarti in una corsa disperata verso la salvezza.

Ti accasci ansimante dietro una colonna. Non hai cuore di sbirciare per controllare se Giovanna/Giovanni/Yoghina sia sulle tue tracce. “Se non mi muovo, non mi vede” pensi, sperando che Crichton non fosse un generoso dispensatore di bufale antiscientifiche. Ti guardi attorno: nemmeno una pozzanghera il cui tremolio segnali il t-rex in avvicinamento. Maledici la crisi climatica. In ogni caso, anche volendo, non riusciresti a muovere un passo: dopo quella folle galoppata di quasi cinquanta metri hai il cuore che sta per esplodere, la collezione di ernie lombari che pulsano all’unisono, la vista annebbiata e un persistente fischio nelle orecchie. Di tutta la vita che ti sta passando davanti agli occhi, ti soffermi sul fotogramma dell’istante in cui hai deciso di abbandonare per sempre qualsiasi velleità in ambito sportivo rinunciando una volta per tutte ad affrontare la salita di San Luca a piedi: l’umiliazione di venire superata da destra da gruppi di pensionati alla prima lezione di nordic walking ti era parsa intollerabile.
Ringraziando il cielo, da tempo è decaduto l’obbligo della mascherina all’aperto, perciò puoi respirare a pieni polmoni. È questione di un attimo. Nell’ordine sfilano davanti a te: vecchio tubercolotico che tossisce quello che gli rimane dei bronchi senza nemmeno portare la mano alla bocca; rider pachistano sotto sforzo che espettora uno slimer di muco sul marciapiedi; soggetto allergico alle graminacee che si produce in una salva di sternuti tipo El Dorado Falls di Mirabilandia. E tu odi Mirabilandia.

Flash back

Estate 1992. Come ogni anno sei in vacanza a Cervia con la tua famiglia. Qualche settimana prima, ha avuto luogo quello che, grazie all’indiscussa abilità dei romagnoli nel vendere la sabbia ai beduini, passa alla storia come un evento epocale: l’inaugurazione di Mirabilandia. Un parco divertimenti destinato a modificare per sempre il volto della riviera e persino la sua toponomastica, visto che darà addirittura il nome alla località nella quale è stato costruito. Non c’è bar, stabilimento balneare, locale, sala giochi o ristorante che non esponga locandine e dépliant di Mirabilandia. Tra i bambini in spiaggia non si parla d’altro. Tu con gli altri bambini non parli, ma da dietro le pagine di L’incredibile storia di Lavinia ti giunge il ronzio concitato di chi ci è stato e lo schiumare rabbioso di chi ancora no. Fino a quel momento, l’idea di visitare un parco divertimenti non ti aveva nemmeno sfiorata, ma sei figlia delle tv commerciali e non puoi rimanere indifferente ad un tale battage. Se lo spot dello Yo-Yo Motta trasmesso tra uno sketch e l’altro di Bim Bum Bam era bastato a farti considerare quell’ombra di cioccolato al sapore di copertone spalmato tra due spugne di polistirolo espanso un’autentica prelibatezza, è inevitabile che da un simile martellamento nasca in te il desiderio di andare a Mirabilandia. E poiché nel fumetto di cui sei protagonista, sei stata morsa da un ossessivo-compulsivo, in breve il desiderio si trasforma in bramosia, e la bramosia in fissazione. Per settimane dai il tormento ai tuoi genitori. Tua madre è allibita: davvero non capisce. Pensava che la tua congenita asocialità, opportunamente corroborata dall’amore per i libri, avrebbe tenuto al riparo te, ma soprattutto lei, da spiacevoli contrattempi: una bambina che occupa tutte le ore di veglia leggendo richiede ben poca sorveglianza e quasi nessuna manutenzione. Col tempo, aveva convinto anche te che l’eventualità di buscarti un raffreddore o, non sia mai, finire al pronto soccorso fosse un costo umano decisamente troppo alto da pagare per avere in cambio una vita piena, ricca ed emozionante. Credeva che trascorrere le vacanze a Cervia, dove il gesto più temerario che avresti potuto compiere sarebbe stato metterti in bocca una gomma da 500 lire del distributore senza esserti prima disinfettata le mani e dove il livello del mare si alzava così gradualmente che in caso di annegamento saresti stata raggiunta molto prima da un bagnino di Zara che non dal suo omologo romagnolo, vi avrebbe protette da ogni rischio. Non poteva certo prevedere Mirabilandia. Dove gli altri vedevano montagne russe e giochi d’acqua, lei vedeva politraumi ortopedici, broncopolmoniti bilaterali e piccole bare bianche. Sono settimane di lotta serrata, una guerra di nervi senza esclusione di colpi: arrivi a minacciare uno sciopero della fame, che per chi, come te, è soggetto a crisi acetonemiche, in pratica equivale al suicidio. Quando ormai l’estate è agli sgoccioli e stai per rassegnarti al fatto che tu e tua sorella sarete le uniche bambine d’Italia a non essere state a Mirabilandia, come la grazia al condannato a morte, arriva il tanto agognato assenso. Seguono ore di preparativi degni della scalata dell’Annapurna. Due borsoni da viaggio vengono stipati di vestiti di ricambio che serviranno per evenienze quali sudorazione eccessiva, calo repentino della temperatura, tifoni, piogge acide, aggressione di sciami di tarme idrofobe, improvviso attacco di diarrea del viaggiatore. Borsa termica da pic nic aziendale con riserve di cibo e acqua per una settimana. Sacca da palestra per trasportare l’intero contenuto dell’armadietto dei medicinali e una cassetta per il primo soccorso completa di termometro, ghiaccio secco, teli sterili, laccio emostatico, flaconi di soluzione fisiologica. In un inusuale impeto di ottimismo, si decide di lasciare a casa il defibrillatore portatile.
Quando finalmente, dopo un giro di saluti ai parenti che neanche Phileas Fogg prima della partenza per il giro del mondo in ottanta giorni, e un viaggio in macchina che ti sembra interminabile, avvistate in lontananza i cancelli di Mirabilandia, tua madre esclama: – Devo essere impazzita! Torniamo immediatamente indietro.
Con una brusca frenata come sul ciglio di un burrone, l’auto compie un’inversione a U e in silenzio tornate a casa. Da quel momento, quasi senza che tu te ne accorga, (sarà la tua psicoterapeuta a portare la cosa alla tua attenzione, molti anni dopo) s’innesca un meccanismo di introiezione della favola della volpe e l’uva: per sopravvivere al trauma, in men che non si dica ti convinci, macché, saresti pronta a giurare, che sei stata tu a non voler andare a Mirabilandia, che alla fine non è niente di speciale, e che è molto, ma molto meglio rimanere sotto l’ombrellone a leggere.
Questa stessa dinamica, orchestrata da tua madre, vera Eminenza Grigia del disagio mentale, si ripeterà negli anni a venire, in particolare relativamente alle seguenti attività:
– possedere un motorino
– dormire fuori di casa
– viaggiare (concetto talmente ampio da comprendere il tragitto casa-scuola)
– assaggiare piatti esotici (senza arrivare al sushi o al lampredotto, un piatto di passatelli al sugo di pesce è più che sufficiente per essere considerati degli imbecilli)
– lavorare (il terrore per l’indipendenza economica della prole la porterà, nel 2003, a caldeggiare la tua iscrizione alla Facoltà di Lettere)
– scopare (su questo punto, i metodi di tua madre mostreranno tutta la loro fallacia).

(continua…)

Svantaggi della dieta mediterranea: ti troverai a rovistare nel cassetto del bagno all’affannosa ricerca dell’acqua ossigenata per medicare le escoriazioni che ti sei provocata con la crosta della pizza surgelata Buitoni scaduta due anni fa con la quale, in mancanza di una bistecca, hai pensato di contenere l’ematoma sotto l’occhio. Non trovi niente di meglio dell’Amuchina gel, che picchietti sui graffi con l’espressione di John Rambo intento a rammendare lo sbrago sul bicipite con un ago arrugginito e del fil di ferro. A bruciare (più dell’Amuchina gel sulla carne viva) è il fallimento della missione. Non sei riuscita a scattare nemmeno una foto sfocata, storta, brutta, da potere in qualche modo ritoccare per renderla pubblicabile. Stai rimuginando sulla tua carriera da sexy influencer, drammaticamente naufragata ancor prima di avere levato l’ancora, quando Tinder ti avvisa che HAI UNA NUOVA COMPATIBILITÀ e contestualmente ti ricorda che, per conoscere l’identità del tuo nuovo ammiratore segreto, dovrai abbandonare la versione da nullatenenti per passare a quella da disperati professionisti. Poiché non ti senti ancora pronta a questo upgrade, non ti resta altro da fare che darti ad una nuova sessione di spulcio dei profili, nella speranza di assegnare il like giusto e così svelare l’arcano.

Andrea: non male. Se solo ti piacesse il formato in 16:9
Carlo: sushi lover. Già pregusti un avvelenamento da mercurio.
Paolo: stando alla sua bio, cerca qualcuno con cui il tempo trascorra velocemente, perché “quando il tempo non si avverte, vuol dire che è la scelta giusta”. O che sei finito in coma neurovegetativo.
Thiago: brasiliano, appassionato di pallone. A 32 anni, ne dimostra 56: hai scovato il nuovo Eriberto.
Maurizio: si dichiara demisessuale e patito del sadomaso. In pratica, adora farsi seviziare, ma da qualcuno con cui abbia anche un legame stabile. Peccato: tu non ti senti pronta per il matrimonio.
Mimmo: 37 anni. Ha la faccia di uno che, nei mesi scorsi, più che del coprifuoco, avrebbe dovuto preoccuparsi dell’obbligo di firma.
Marco: 33 anni. Impiegato. Tiri a indovinare: nel tempo libero, cosplayer di Carlo Delle Piane.
Francesco: 39 anni. Somiglia a Johnny Depp. Dopo un frontale con Gianluca Grignani.
Edoardo: personal trainer. 29 anni e uno sguardo tra l’intenso e il basito che neanche sul set de “Gli occhi del cuore 2”.
Luca: 43 anni. Dichiara di avere una forte passione per la letteratura e UN INDOLE (sic!) romantica.
Giovanni: 37 anni. Ha caricato appena tre foto, ma ad un primo, superficiale esame, sembra non manifestare ammanchi, di denti, di cromosomi, di punti del Q.I. Il che lo pone già una spanna sopra l’utente medio di Tinder. Senti crescere in te ondate di entusiasmo: da quando hai installato quella app infernale, hai progressivamente ridimensionato le tue aspettative. Di questo passo, l’unico criterio di bocciatura potrebbe essere la saturazione dell’ossigeno inferiore al 70%.
La biografia è stringata, essenziale: Ingegnere, mi piace leggere e visitare mostre. Sono qui per conoscere persone nuove.
Non una parola in inglese, non una foto di moto da corsa/barche di sushi/paesaggi di montagna/raduni di Forza Nuova/pantaloni alla pescatora di jeans (in ordine di gravità).
Rifletti. Sarà il caso di rischiare? Non si può dire che il pericolo sia il tuo mestiere: prima di ogni viaggio Bologna-Cervia fai controllare acqua, olio, pressione delle gomme, livello dell’antigelo, pastiglie dei freni, assenza di crepe sul parabrezza; consulti il meteo, le carte nautiche e gli aruspici; ti assicuri del corretto funzionamento dei quattro carica-batterie per il cellulare che porterai con te; rifornisci la trousse dei medicinali per ogni evenienza, dal calazio all’ebola; accendi un cero alla Madonna di San Luca, perché va bene affidarsi alla razionalità, ma non bisogna mai trascurare l’imponderabile.
Tuttavia, il week end si avvicina, e la menopausa pure. Metti il like a Giovanni. E SCATTA IL MATCH!
– Ciao! – scrive Giovanni, dopo appena qualche secondo.

Aspetti da venti minuti seduta sulla panchina dei giardinetti dove vi siete dati appuntamento. Per la tua prima uscita hai scelto un luogo pubblico, ma a te familiare. Sono gli stessi giardinetti dove andavi a giocare da piccola, dietro la Facoltà di Ingegneria: deliziosamente in tema con il tuo Tinder date e garanzia, secondo tua madre, di un’utenza innocua e del tutto raccomandabile. E infatti, uno dei miti fondativi della tua infanzia è stato “l’Esibizionista”: un uomo sulla soglia della senilità che, secondo la leggenda, si aggirava per quei vialetti con aria svagata e all’improvviso zac!, si apriva l’impermeabile e tirava fuori l’arnese. Avercelo, oggi, qualcuno che all’improvviso zac!, pensi trafitta dalla malinconia.
– È molto che aspetti?
Una ragazzona stile impero con un taglio di capelli a caschetto che accentua la forma già tondeggiante del faccione ti si para davanti come un’eclissi totale.
– Come, prego?
– Scusami per il ritardo.
– Ci deve essere un errore, io sto aspettando Giovanni.
– Sono io! Cioè, sono Giovanna, ma mi percepisco come Giovanni.
Fissi Giovanna/Giovanni e l’unica cosa che percepisci tu è una fortissima somiglianza con Yoghina Yokono delle Seven Fighters. Ti aspetti che da un momento all’altro i due tunisini che si stanno scambiando affettuose strette di mano ai margini del tuo campo visivo srotolino uno striscione con su scritto: SORRIDI, SEI SU SCHERZI A PARTE! ma purtroppo per te non accade nulla di tutto ciò.
– C’è qualche problema, per caso? – domanda Giovanna/Giovanni, adombrandosi.
Nuvole cariche di asterischi si addensano minacciose all’orizzonte.
– Problema? No, no, figurati. È solo che io sarei, come dire, eterosessuale… – balbetti, con il tono contrito di chi sta confessando che nel week end ha il vizio di fracassare il cranio ad innocenti cuccioli di foca.
– Fantastico! Anch’io. Altrimenti, mica ti avrei messo il like.
Non fa una piega.
– Ci prendiamo qualcosa da bere? – propone Giovanna/Giovanni, ora rasserenata/o/*/£/&/§. – C’è un bar carino, da queste parti.

Quando il cameriere posa sul tavolo i cocktail e lo scontrino, Giovanna/Giovanni ti sorride e si guarda bene dal mettere mano al portafogli.
“Maledetta parità” pensi, estraendo una banconota da venti euro.
– Sei da molto su Tinder?
– No, non da molto. Questo è il mio primo appuntamento – rispondi. E probabilmente anche l’ultimo, pensi. Ti senti come quelli che ordinano un cellulare su internet e ricevono una scatola con dentro un sasso e un biglietto con su scritto: Scusami, ma devo pagarmi la rinoplastica 😉
– Anche per me è la prima volta!
Pensi che Tinder dovrebbe aggiungere una sezione dedicata alle recensioni degli utenti, tipo TripAdvisor. Le fotografie non rispecchiano la realtà. Decisamente non vale la spesa. Non ritornerò.
Incidentalmente ti domandi chi sia il disgraziato che compare sul profilo di Giovanna/Giovanni, e se sia al corrente dell’uso truffaldino che viene fatto della sua immagine. Il giustiziere della notte che è in te ha appena deciso che lo scoverà per rivelargli il misfatto compiuto alle sue spalle. E anche perché è un gran figo. Il mondo si divide tra chi brama certe simmetrie da commedia americana e chi mente: scoparti il malcapitato in questione sarebbe un ottimo modo di riparare al torto subito. E di passare un venerdì sera.
Non sapendo bene cosa dire, vorresti chiedere a Giovanna/Giovanni del suo lavoro, ma non sai come porre la questione: Sei un ingegnere? sarebbe come assecondare un delirio. Sei un’ingegnera? d’altra parte vorrebbe dire ignorare deliberatamente la definizione che Giovanna/Giovanni dà di sé (stesso o stessa?). Ti interroghi su una prudente via di mezzo: Sei un’ingegnere? Ma come riuscire a far sentire l’apostrofo? Potresti sempre eliminare l’articolo, tuttavia rimarrebbe l’impasse quanto alla vocale finale. Come diavolo si pronuncia la schwa? E poi, è la schwa o lo schwa? Forse l* schwa. Il che non risolve il problema, perché, puoi starne certa, nessuno sa come cazzo si pronunci un asterisco.
– E così, hai fatto ingegneria.

(continua…)

Visto che hai già stappato una bottiglia di vino e detesti gli sprechi, intraprendi uno scavo archeologico nel cassetto della biancheria.
Si dice che un trasloco sia una preziosa occasione per disfarsi di ciò che non serve, e tu non hai fatto eccezione. Ti sei liberata di alcuni quintali di mutande, reggiseni, calze, collant e canottiere equamente distribuiti tra due categorie: o in condizioni pietose, o che non indossavi più perché troppo femminili/provocanti/leziosi e dunque non conformi al coma ormonale nel quale eri caduta e che per lungo tempo hai creduto irreversibile. Per non parlare di pile di libri che hai regalato ad associazioni di volontariato, vestiti che hai donato o venduto, e oggetti di ogni genere eliminati senza rimpianti. Normalmente, però, questa epurazione avviene prima del trasloco. Tu, al contrario, al momento di lasciare il tuo vecchio appartamento, hai meticolosamente imballato, incartato e impacchettato tutto, hai pagato una ditta di traslocatori perché trasportassero una sessantina di scatoloni fino al quarto piano senza ascensore dove vivi ora, e soltanto al momento di sballare, scartare e spacchettare sei stata colta da un improvviso quanto insopprimibile desiderio di libertà, leggerezza e rinnovamento: accingendoti al trasbordo dagli scatoloni alle mensole e agli armadi, sommersa da una valanga di vecchi fogli di giornale appallottolati e chilometri di pluriball, hai avvertito tutt’ad un tratto l’inutilità, l’orrore e l’inquietante schizofrenia di quell’accozzaglia di romanzi in quadruplice copia, tanga leopardati, suppellettili la cui prima ubicazione fu la tua cameretta di bambina, reggiseni imbottiti e calzini bucati in più punti. Hai quindi riposto gli scarti in altri scatoloni (che hai dovuto acquistare appositamente, visto che l’insopprimibile desiderio di libertà, leggerezza e rinnovamento di cui sopra aveva trovato il suo primo sfogo nella metodica distruzione ed eliminazione di quelli che ti erano serviti per il trasloco), li hai personalmente trascinati giù per otto rampe di scale, caricati nel bagagliaio della macchina e distribuiti, a seconda delle diverse destinazioni d’uso, tra: la casa dei tuoi genitori, i cassonetti del circondario, l’ufficio postale, la sagrestia della parrocchia, un sordido mercatino dell’usato, un fosso.
Tornando alla biancheria, devi carotare attraverso gli strati superstiti di magliette della salute e mutande rigorosamente bianche o grigie fino al substrato roccioso del cassetto, per ripescare un paio di autoreggenti sfuggite al rastrellamento. Mai indossate se non per fare qualche giochetto con un tuo ex attorno alla fine del Pleistocene, dunque scampate, a differenza tua, a smagliature e altri incidenti, ti fissano beffarde pregustando la vittoria. Sfili i calzettoni e le indossi con titubanza.
La fotografia del paio di gambe che appare, con lievissime differenze quanto a posa e scala cromatica, su ogni singolo pacchetto di calze autoreggenti del mondo è più ingannevole dell’immagine sulla confezione del Saccottino Mulino Bianco: la delusione nel constatare la disperante e incolmabile discrepanza tra le aspettative (proditoriamente alimentate dalla visione di quei due stecchi inguainati di nylon) e l’effetto di un paio di autoreggenti nella vita reale, è infatti paragonabile soltanto al senso di disinganno che abbia provato chiunque, aprendo a metà un Saccottino, si sia imbattuto in uno sterile e cachettico micron di cioccolato invece di venire sommerso da un blob di cacao cremoso, come da illustrazione. Mano a mano che l’autoreggente viene issata dalla caviglia al polpaccio al ginocchio, sembra raccattare, come una slavina al contrario, porzioni di carne fino ad un istante prima mimetizzate nel paesaggio, ora palesemente in eccesso, che deflagreranno in un’esplosione adiposa subito sopra l’orlo dell’autoreggente stessa, conferendo all’insieme l’aspetto di un muffin la cui pasta sia debordata dall’apposita formina durante la cottura. A meno che tu non sia il cartonato di Alessandra Ambrosio, il risultato finale, unito al rischio di essere colpita da trombosi quando sfilerai le calze, dà al tutto un tocco tra il pornoamatoriale e il postchirurgico.

Tra i tanti profili suggeriti da Giacomo, il più istruttivo risulta essere quello di Danae Mercer, la cui galleria è costituita da coppie di fotografie che la ritraggono mentre assume alternativamente una posizione instagrammabile e una posizione rilassata. La lezione che la Mercer vorrebbe divulgare è che quasi nulla di ciò che appare sui social ha la minima attinenza con la vita reale. La lezione che trai tu dopo avere studiato nel dettaglio accumuli adiposi, ragnatele di profonde smagliature, festoni di lardo sotto le scapole, carne molliccia, cuscinetti e grinze sparsi ovunque sul suo corpo, è che non potrai mai più assumere una posizione rilassata. Concentrandoti sulle posizioni instagrammabili e tenendo quelle rilassate a mo’ di monito, del tutto indifferente alle istanze etiche ed educative dell’iniziativa, studi i trucchi per occultare qualsiasi imperfezione e scattare il selfie perfetto. Sfortuna vuole che nemmeno la Mercer abbia avuto il fegato di cimentarsi con un paio di autoreggenti. Tuttavia, la bottiglia di vino che hai aperto è ormai vuota per metà, ti sei spogliata, ti sei sfilata i calzettoni e ti sei infilata le calze: è chiaro che ti sei spinta troppo oltre per tornare indietro. Altrettanto chiaro è quanto la forza di gravità giochi un ruolo essenziale: sulla carne ribelle che tracima dal bordo in finto pizzo sembra convergere il peso del mondo, e di certo il ristagno della circolazione di tre quarti del tuo corpo. Una foto in piedi davanti allo specchio è quindi da escludere. Lanci un’occhiata al letto. È sommerso di vestiti, che devi quindi raccogliere e ammassare su una sedia, prima di rimboccare bene le lenzuola e posizionare ordinatamente i cuscini. Sei ancora un’influencer in pectore e già ne hai piene le palle.
Ti accomodi sul letto e, dopo aver ruotato la fotocamera verso di te, tendi il braccio e lo muovi finché il tuo tronco non entra nell’inquadratura. Indossi ancora la canottiera ingrigita, ma col freddo che fa non hai nessuna intenzione di toglierla: almeno non finché Instagram non stipulerà una convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale per coprire le spese mediche alle sue utenti in caso di broncopolmonite bilaterale (quanto alla cirrosi epatica non osi chiedere tanto, sospettando che la necessità di bere per trovare la forza di farsi un autoscatto sia quasi esclusivamente un problema tuo). Cerchi di orientare il cellulare verso le gambe, tese in una posizione innaturale. Inoltre, ecco di nuovo la maledetta forza di gravità, che ora schiaccia la carne contro il materasso, esasperando l’effetto muffin. Pieghi appena le ginocchia. Così va meglio: avanzi, eccessi, debordi franano verso la parte posteriore delle cosce e spariscono dall’inquadratura. La scelta di abortire la missione suicida Foto-da-in-piedi si rivela a maggior ragione felice, poiché, al posto delle due teste di neonati urlanti che compaiono ogni volta che assumi la posizione eretta, ora attraverso la velatura del nylon fanno capolino quelle che hanno tutto l’aspetto di un paio di rotule. Finalmente senti che il tuo impegno verrà ricompensato.

Per ottenere l’inquadratura ottimale, devi tenere il cellulare a debita distanza, quindi protendi il braccio destro il più possibile, torcendo il polso. Facendo perno sul gomito sinistro, ti issi in posizione semiseduta, sempre con le gambe appena piegate, mentre con la testa rovesciata all’indietro controlli che le cosce occupino esattamente il centro dello schermo. In piena trance agonistica, complice anche il vino, vieni visitata da due apparizioni: la prima è l’Ispettore Gadget, con quegli arti allungabili che gli invidiavi fin da bambina, ogni volta che ti buttavi sul divano accorgendoti una frazione di secondo troppo tardi di aver lasciato il telecomando accanto al televisore. La seconda ha per protagonista quell’onesto cittadino del Pakistan che per un’estate intera, nel lontano 2010, ti aveva dato il tormento cercando di venderti quello che, ti aveva garantito, sarebbe diventato un articolo imprescindibile negli anni a venire: il selfie stick. Stai scontando ora la supponenza con la quale, nell’estate del lontano 2010, avevi scacciato quell’onesto cittadino del Pakistan, ben sicura che mai e poi mai ti saresti abbassata ad una pratica tanto ridicola e avvilente. Macché. Tu? Figuriamoci.
Ottenuto il risultato desiderato nonostante la penuria di arti allungabili e bastoni, ti accorgi che il pollice non arriva al tasto per scattare la fotografia. Consapevole che qualsiasi micromovimento rischierebbe di vanificare il risultato tanto faticosamente raggiunto (giusta inclinazione, inquadratura centrata, occultamento di canottiere ingrigite ed eccessi di lardo, parvenza di rotule al posto di neonati urlanti), tendi il pollice allo spasimo verso l’agognato bottoncino con la folle determinazione dell’invasata. Ed ecco che vieni trafitta da un crampo lancinante tra il collo e la spalla, talmente doloroso che molli la presa e il cellulare ti precipita di spigolo sullo zigomo.

(continua)

Nelle settimane successive non ti azzardi ad effettuare l’accesso a Tinder. Non che tu abbia nulla contro i sex toys, anzi, con ogni probabilità a breve sarà la Mutua a fornirtene uno: è stato l’approccio di Pierpaolo a farti indietreggiare atterrita. Inoltre, le tue magre finanze hanno avuto un sussulto davanti ad un articolo dal prezzo a dir poco proibitivo. Per quanto, senza dubbio un vibratore sarebbe l’acquisto più sensato degli ultimi sei mesi, pensi mentre lanci sguardi ostili ai tre tappetini da yoga, al set di pesi per le caviglie, ai due bilancieri da un chilo, alla corda per saltare, alle cinque fasce elastiche e all’attrezzo a molla per rassodare l’interno coscia che se ne stanno ammassati in un sacco incastrato nell’intercapedine tra l’armadio e il muro: chi avrebbe mai detto che per ottenere i miracolosi risultati sbandierati dalle entusiaste televenditrici di Mediaset Shopping avresti dovuto anche usarli, dopo averli comprati! Per non parlare dell’arsenale di impacchi, creme anticellulite e fanghi drenanti che hai cercato di occultare nell’ultimo cassetto del mobile in bagno, ma che, come il cuore rivelatore del racconto di Edgar Allan Poe, bussano insistentemente alla tua coscienza, e all’estratto conto della tua carta di credito. Ed è solo per mancanza di spazio, non certo per autoconsapevolezza, che hai lasciato il tapis roulant e la panchetta per gli addominali nel garage di casa dei tuoi. In effetti, dopo mesi di pandemia e di totale isolamento, l’unico attrezzo più utile di un vibratore (e di un cavatappi elettrico: entrambi presidi essenziali contro l’ormai incipiente tendinite) sarebbe la cyclette di Orlando Bloom in Elizabeth Town.

La fallimentare esperienza con Pierpaolo è stata soltanto l’approdo infelice al termine di tediose peregrinazioni, il ricordo delle quali non t’invoglia a riprendere la febbrile attività di scandaglio. Trascorrere ore su Tinder non ti è servito ad instaurare nuove relazioni, quanto piuttosto a ricordartene i meccanismi: dopo il brivido iniziale subentrano inevitabilmente delusione, noia ed infine totale disinteresse. La conquista definitiva dell’epoca moderna, però, consiste nell’attraversare tutte le fasi sopra menzionate senza nemmeno riuscire a fare sesso.
Il tuo amico Giorgio, nonostante sia stato un pioniere delle app di dating tanto da avere scaricato Tinder quando ancora non lo utilizzava quasi nessuno, sostiene con grande convinzione che si scopi di più e meglio grazie ad Instagram. Quando ti mette a parte di questo segreto, ti permetti di obiettare: sei su Instagram da anni e, tralasciando il particolare che fino a qualche mese fa avevi una relazione, con nessuno di coloro che ti seguono o che segui hai mai scambiato più di qualche like.
– Ci credo! – esclama Giorgio, trasecolando. – Hai dato un’occhiata al tuo profilo, ultimamente?
Sfoderi la foto in mutande e cappotto con quel misto di orgoglio e titubanza tipico di chi sa di poter contare su un unico, per quanto inoppugnabile, argomento a proprio favore.
– Quella non vale: non si vedono più di trenta centimetri quadrati di carne, ed è tagliata dal collo in su. Per non parlare delle altre. Su chi pensi di fare colpo con tutte quelle copertine di libri?
Prontamente ribatti nominandogli la categoria del sapiosexual: un esemplare di essere umano attratto dalle qualità intellettive delle sue simili, per le quali può scattare un colpo di fulmine altrettanto immediato e travolgente di quello su base puramente estetica. Ciò che lo distingue da un nerd o da un dottorando di ricerca in filologia greca è una conformazione fisica che gli permette di assumere altre posizioni a parte quella ingobbita alla scrivania, e di esplorare una sessualità che si avventuri oltre la masturbazione.
La grassa risata di Giorgio, al termine della dotta dissertazione che hai appena tenuto, fa crollare l’ultimo baluardo del tuo ormai acciaccato ottimismo in fatto di maschi. Dallo scambio che segue scopri infatti che il sapiosexual è il nuovo Bigfoot: una creatura immaginaria, i cui rarissimi avvistamenti si spiegano come la performance di un cretino mascherato da fenomeno. Non sarà un caso se per interpretare una delle più celebri storie d’amore tra sapiosexual, ovvero La teoria del tutto, la parte di Stephen Hawking è stata assegnata a Eddie Redmayne e non al tuo professore di filosofia del liceo, che avrebbe fatto risparmiare alla produzione migliaia e migliaia di dollari di trucco ed effetti speciali. Dunque i sapiosexual sono personaggi di fantasia, creati ad arte da qualche sociologo per far vendere le riviste femminili, e tu divori con la stessa credula voracità tanto la descrizione puntuale di questa figura mitologica quanto l’elenco degli effetti benefici del Somatoline. Come se fosse possibile dimenticare, anche solo per un istante, che il maschio contemporaneo, nella quasi totalità dei casi, passa le giornate ad occuparsi del proprio taglio di capelli e a piagnucolare sui cocci della sua ultima relazione importante. Una specie di Jennifer Aniston che gioca a padel e va a cena da mammina almeno quattro sere a settimana.

Sempre secondo Giorgio, il quale non è solo un fine conoscitore dell’animo umano ma anche un laureato in economia alla Bocconi con il massimo dei voti, il primo e più saggio consiglio che riceve chiunque voglia investire una qualsiasi somma di denaro è diversificare. Tu, figlia degli anni ’80, ti sei lasciata trarre in inganno dalle sirene del real estate e hai puntato tutto sul mattone di Tinder. È giunto il momento di sbarcare (di nuovo) su Instagram, in una versione decisamente più accattivante, apportando al tuo profilo le modifiche suggerite da Giorgio. Il quale, con grande perizia e competenza, seleziona per te una rosa d’influencer delle quali dovrai copiare pedissequamente abbigliamento, pose e filtri. Mentre scorri quelle che più che fotografie sembrano fotogrammi di un servizio delle Iene sulla tratta delle bianche, comunichi a Giorgio che ti rifiuti categoricamente di mostrare il viso. Prima di tutto, la tua totale mancanza di fotogenicità raggiunge l’apice dal collo in su. In secondo luogo, detesti l’espressione che non puoi fare a meno di assumere ogni qual volta ti trovi di fronte ad un obiettivo: il desiderio di smaterializzarti, già oltre i livelli di guardia in condizioni normali, in quei frangenti tocca una tale intensità da farti vivere esperienze extracorporee il cui risultato è uno sguardo atterrito e stolido da peluche ripescato dal fondo di un bidone della Caritas. Last but not least, in caso d’interrogatorio o perizia psichiatrica, potrai sempre dire che non eri tu.
Giorgio tenta invano di rassicurarti. – Devi solo prenderci la mano. E preparati a quello che verrà dopo: su Instagram, la naturale evoluzione della fotografia è il video.
Considerando il quantitativo di vino necessario a realizzare un autoscatto, nel tuo caso la naturale evoluzione della fotografia sarà una eco al fegato.
Per prima cosa procedi alla svestizione. Hai smesso di indossare il reggiseno da quando Levante ha fatto il giudice ad X-Factor (la connessione tra i due eventi non è ben chiara nemmeno a te) e, per le note vicende di cui sei stata protagonista, da tempo immemore hai abbandonato qualsiasi velleità quanto a biancheria sexy, scelta che hai giustificato a te stessa accampando pretestuosi rigurgiti tardofemministi e propugnando una talebana adesione allo stile normcore tanto in voga tra i ventenni di successo (senza essere, peraltro, nessuna delle due cose). Osservi il tuo riflesso nello specchio e comprendi di aver valicato il confine invisibile tra normcore e fantozziano: canottiera infeltrita a spallina larga di azienda fallita durante la crisi del 2008; mutanda ascellare un tempo bianca, ora color cane che fugge, con elastico impietosamente lasco; bustino ortopedico per il contenimento delle ernie L4-L5 e L5-S1; calzettone al ginocchio con renne ornamentali nonostante si sia già a fine  febbraio. Ti domandi se esista un filtro in grado di trasformare quel pittoresco ensemble in un completo di Victoria’s Secret.

Pierpaolo. 41 anni. Sulle prime non ricordi cosa ti abbia indotta a concedergli un like. A giudicare dalle fotografie non è particolarmente attraente, e non ha indicato alcun interesse specifico. Inoltre, noti con orrore che la sua biografia è costituita da una scarna frase in inglese, il che va contro i tuoi principi. Mentre ti domandi se questo misunderstanding sia da imputare allo stesso bicchiere di vino che ti ha ridotta in mutande e cappotto, ti imbatti nel dettaglio che svela l’arcano: sotto la frase in inglese, Pierpaolo scrive 195×90.
Ti sembra di rivederti, in preda ad uno sfoglio di profili compulsivo, frenare bruscamente su quella magica combinazione di centimetri per chili che deve aver acceso le tue fantasie più sfrenate. La prolungata astinenza da contatto fisico, giorno dopo giorno (settimana dopo settimana!), ha instillato in te una vera e propria ossessione per la stazza del tuo potenziale partner. A tratti, la tua ricerca somiglia più che altro al casting per l’attore protagonista di un biopic su André The Giant. Sei a caccia di un maschio che ti sovrasti, ti avvolga e ti soffochi.
Non puoi escludere che questa fissazione sia solo l’ennesimo tentativo di rivalsa rispetto ad alcune delle gravi privazioni che hai subito durante l’infanzia, e che ti hanno irrimediabilmente danneggiata. Nel caso specifico, intravedi chiaramente un nesso con la brutale soppressione di quello struggente desiderio che ti era preso, in seconda elementare, di possedere un Pisolone. Quell’incrocio tra un enorme peluche e un sacco a pelo aveva solleticato le tue voglie fin dal primo spot andato in onda durante BIM, BUM, BAM. Già pregustavi il tepore di quel pelo sintetico sulla pelle, e il piacere di sentirti contenuta nell’abbraccio delle sue soffici zampe. Purtroppo quel deliquio ti era stato negato da tua madre, terrorizzata che tu morissi asfissiata durante la notte. Ah, se solo la tapina avesse previsto che, molti anni dopo, questo rifiuto ti avrebbe costretta a scandagliare la rete alla ricerca di un surrogato con cui sublimare quella mancanza! Che dire poi di ciò che aveva comportato la sua fiera opposizione al Crystal Ball, per paura che tu, portata la cannula alle labbra, succhiassi anziché soffiare? Se sapesse che, a distanza di anni, più di un maschio avrebbe avuto le sue buone ragioni per ringraziarla di questa premura.

195×90, si diceva. Anche se dalle fotografie non ti è possibile sbirciare le mani di Pierpaolo, le proporzioni hanno la loro importanza e, riflettendo sulla combinazione di quei fattori, la cui inversione darebbe come risultato il toro meccanico della sala giochi di Milano Marittima che tante emozioni ti ha regalato in giovane età, ti rifiuti di prendere in considerazione l’eventualità che, di quei novanta chili di carne, la porzione imbustata nelle mutande si riduca ad un Salamino Beretta.
– Ciao – scrive Pierpaolo.
We won’t get fooled again.
– Ciao
– Vivi a Bologna?
– Sì, e tu?
– Anch’io ma sono di Milano
Cerchi invano di ricordare come proseguivano le conversazioni, nel Mondo Di Prima, ma al momento riesci a pensare soltanto al toro meccanico.
– Vorrei conoscerti
Pierpaolo non perde tempo. Con la fortuna che ti ritrovi, sarà un malato terminale.
– Ci spostiamo su Whatsapp? – continua.
Malato terminale con prognosi infausta. Ciò significa che nessuno dei due ha niente da perdere. Mentre gli scrivi il numero di cellulare, nella tua mente balenano fugaci immagini di distese di scarpe rosse, volti di vip con segni di rossetto sugli zigomi e hashtag che inneggiano al 25 novembre.
– Ciao
Oddio, di nuovo?
– Ciao
– Ti piace sciare?
Oltre ad affliggerti con un’opprimente sensazione di déjà-vu, la domanda ti pare oziosa, dal momento che gli impianti sono chiusi. E in ogni caso, ad un invito sulla neve risponderesti con un deciso diniego: basta il pensiero della montagna a causarti paralizzanti attacchi di panico. Fin dai primi tornanti accusi una terribile fame d’aria, e la visione dei vasi di gerani alle finestre di quelle casupole in legno ti suggerisce fantasiosi pensieri di morte. Quanto allo sci in senso stretto, la tua ultima esperienza risale al 1993: Cortina d’Ampezzo, campetto di Pocol, pista baby, pendenza del 3%. Un aitante maestro di nome Tiziano preleva te e tua sorella, infagottate in tute degne della zia ricca del Ragionier Filini, mentre tua madre, scossa da convulsi singhiozzi, tracanna Ansiolin come fosse Ferrarelle. La disgraziata trascorrerà l’ora successiva a scrutare il cielo come un àugure dell’antica Roma, divinando il futuro nel volo delle eliambulanze da e per l’Ospedale Codivilla Putti. Tu invece trascorrerai i ventisette anni successivi convivendo con l’incrollabile convinzione che il prezzo della nostra felicità sia sempre l’assuefazione agli ansiolitici di qualcun altro.

Montagna o no, decidi di stare sul vago: non sei pronta a rinunciare a quel 195×90 senza combattere.
– In effetti non scio da un po’
– Cosa fai nella vita?
Avresti preferito continuare a parlare di sci. Memore dello sfacelo di un solo punto esclamativo, puoi a stento immaginare cosa comporterebbe confessare ad uno sconosciuto che, a trentacinque anni, non hai la benché minima idea di cosa tu stia facendo.
Prendi tempo e rispondi:
– Varie cose.
– Sei su Instagram?
Se non altro, questo Pierpaolo è una persona discreta.
– Sì, camillagalli1911. Tu?
– pierpa195.90
Evidentemente, a dispetto del boom di vendite del Pisolone nei primissimi anni ’90, non sei la sola sulla quale quelle misure esercitano un certo appeal, e Pierpaolo deve averlo scoperto.
Entrambi vi prendete qualche minuto per studiare i rispettivi profili Instagram. Scopri così che Pierpaolo ha una laurea e un dottorato alla Bocconi, è docente di un master in economia aziendale e fondatore di un grosso studio di commercialisti che porta il suo nome &Associati. A quanto pare, tu e la tua laurea in Lettere non rischiate di finire schiacciate soltanto dai suoi novanta chili.

– Tra mezzora ti chiamo. Ora vado a bere.
Difficile dire cosa ti turbi di più: se la prospettiva di ricevere una telefonata da uno sconosciuto, il modo rozzo e assertivo con il quale ti è stato comunicato che accadrà, o il fatto che il soggetto in questione attacchi a bere alle cinque e mezza del pomeriggio. Va detto che le chiusure anticipate e il coprifuoco alle dieci impongono agli alcolisti orari da autori di romanzi Iperborea.
Alle sei in punto, squilla il cellulare. Pierpaolo ti sta chiamando su Whatsapp.
Rispondi con un Pronto che ti sforzi di far uscire in tono del tutto incolore: meglio evitare punti esclamativi anche alla prova orale.
– Ué, allora?! Com’è?!?!?
Un verso e tre parole, e già Pierpaolo ti sta sul cazzo. Risultato notevole, sebbene il tuo record del punto esclamativo rimanga imbattuto. Irrimediabilmente caricaturale, qualsiasi accento lombardo ti ispira un’istintiva antipatia, ma quello milanese in particolare ha su di te l’effetto di un’inessenziale unghiata sulla lavagna. Così come la cadenza bergamasca evoca immediatamente scene bucoliche di occultamento di cadavere in capannone abusivo, mani nodose e capillari rotti a causa dell’abuso di grappa, il milanese è la lingua delle performance dopate dalla cocaina, della cafonaggine del parvenu, dell’intrallazzo squalistico. Nel chiedere Com’è? invece che Come stai? è come se il milanese, facendo le mosse di salutarti con un bacio sulla guancia, ti staccasse a morsi il lobo dell’orecchio. E poi, come si risponde a un milanese che ti chiede Com’è?
– Ué, grande!
– Ué, ma sei mica di Milano? – domanda Pierpaolo, sorpreso ed emozionato come un italiano all’estero che, per strada, riconosce un connazionale dal rutto.
– No, sono di Bologna – rispondi, gustando la tua piccola vittoria.
– Ah, figa, per un attimo… Senti, ma cos’è che volevo dire, ah sì, in che zona vivi di Bologna. (rigorosamente punto fermo, non interrogativo)
Quando, attraverso indicazioni prudentemente nebulose, nomini il tuo quartiere, Pierpaolo inizia ad elencare con grande compiacimento locali che tu non hai mai sentito. In fin dei conti, non importa se in valigia ha la ‘nduja o l’osso buco: un fuorisede è sempre un fuorisede. Giunto il tuo turno, citi l’ultimo ristorante in cui hai mangiato, mesi fa, e Pierpaolo commenta:
– Ué, complimenti, figa, in quel posto si mangia veramente di merda! – e scoppia a ridere soddisfatto.
Non sei mai stata un tipo permaloso, ma rimani interdetta.
– Vabé, dai, peccato che di mangiare non capisci un cazzo, perché saremmo potuti andare d’accordo. Senti una roba. Come si dice, ah sì, da quant’è che ti sei mollata, te?
Se non altro, trai la conclusione che l’evoluzione del tuo profilo Instagram dalle fotografie di copertine di libri a quelle in mutande e cappotto assolva la duplice funzione di riassunto dei precedenti episodi e dichiarazione d’intenti.
– Da maggio.
– Figa! Tra l’altro, posso dire? lui, anche una discreta faccia da cazzo.
Ok, forse il problema non è l’accento.
– Senti un’altra roba. Vibratori ne hai?
Provi una struggente nostalgia per le domande sullo sci.
– Veramente no.
– Figa, non hai un vibratore? – Pierpaolo è sconcertato. Mai quanto te, comunque. A differenza tua, però, sembra determinato a porre subito rimedio a questa condotta di vita barbara, primitiva e così poco milanese.
– Ué, adesso ti mando il link del top di gamma. Come si dice, ah sì, te sei vaginale o clitoridea?
Ti chiedi se la tanatosi sia una tattica efficace solo nel regno animale, o se possa funzionare anche tra esseri umani: ti sembra che l’unico modo di sfuggire a Pierpaolo sia fingerti morta. A parte riattaccare, ovviamente. Cosa che però, per qualche curiosa ragione, sembra essere al di là delle tue possibilità.
– Beh, io…
In meno di un secondo uno scampanellio sommesso ti avvisa che hai ricevuto un messaggio. Non hai idea di come si possa visualizzare la chat senza far cadere la linea, e, soprattutto, non hai idea del motivo per cui questo dovrebbe importarti, ma ti dà la misura del fatto che, con una tale avversione a qualsiasi tipo di tecnologia, ritrovarti tra le mani un vibratore acceso ti esporrebbe ad un altissimo rischio d’incidente domestico. Quando, premendo un tasto a caso, riesci ad accedere ai messaggi in arrivo, trovi il link ad un sito che vende sex toys, presumibilmente pescato dalla cima della cronologia di Pierpaolo, data la rapidità con la quale l’ha inoltrato.
– Ah, ecco…
– Allora?! Ci trattiamo bene o no, testina?
L’oggetto che stai guardando costa il quadruplo del migliore spazzolino elettrico in commercio, e per ammortizzare quella cifra dovresti utilizzarlo ben più di due volte al giorno. Noti che le batterie sono incluse: autorevoli ricerche di mercato devono aver dimostrato che l’isteria di un bambino davanti ad una macchinina telecomandata inutilizzabile la mattina di Natale sia nulla in confronto a quella di una donna colta dal bisogno urgente di masturbarsi. Il che giustificherebbe anche i venticinque euro di spese per la spedizione prioritaria entro ventiquattro ore. Non ti stupiresti se ti venisse consegnato in un contenitore pieno di ghiaccio da sanitari del 118 lanciatisi da un’automedica in corsa.
– Va’ che con questo gioiellino qui non ti lamenti più, cocca.
Raggiunta da lontane reminiscenze di un corso di Programmazione Neurolinguistica, decidi di sintonizzarti sulle frequenze del tuo interlocutore.
– Considerato che non scopo da maggio, dovrei prima farmi un bidet con l’antiruggine. Figa!
Pausa. Silenzio.
– Ué, però, figa, non ti puoi approcciare al maschio in questo modo, eh.
Pierpaolo, a quanto pare, non è un tipo sportivo. Meglio fare marcia indietro.
– E poi comunque non riesco a farmi un’idea delle dimensioni – dici.
– Ah, ma per quello no problem: figa, ne ho uno qui.
Non fai in tempo a chiederti cosa ci faccia Pierpaolo con un vibratore in mano alle sei di pomeriggio, che il cellulare prende a ronzarti nell’orecchio: lo scosti dal viso e scopri con orrore che stai ricevendo la richiesta di attivare la videocamera.
– Ué, ti sto aspettando, figa. Dai che l’ho già acceso.
Trattenendo il respiro schiacci freneticamente tutti i tasti che ti capitano sotto le dita finché non riesci a riattaccare, poi, per maggior sicurezza, ficchi il telefono sotto al cuscino del divano e corri a nasconderti in cucina.
Tendi l’orecchio: nulla. E se richiama? E se ti avesse geolocalizzata? Cosa starà facendo? Ma soprattutto: cosa stai facendo tu? Perché hai scaricato Tinder? Perché hai dedicato un numero di ore a dir poco imbarazzante a sfogliare profili di sconosciuti, selezionandoli o scartandoli sulla base ingannevole di una manciata di foto e biografie fasulle, accettando che loro facessero lo stesso con  te? Perché hai deciso d’inseguire l’illusione dell’Amore, abdicando ad una ben più dignitosa e riposante solitudine? Sarebbe forse intellettualmente disonesto attribuire questa tua avventatezza al palinsesto televisivo delle reti Mediaset già Fininvest del ventennio 1985- 2005? È forse a causa di quel fil rouge che, dall’Agenzia matrimoniale di Marta Flavi, passando per Il gioco delle coppie, giunse fino al rigurgito giovanilistico di Colpo di fulmine, che tu oggi ti affanni su internet alla spasmodica ricerca di un partner, fosse anche solo per una sera? Come si sente la radical chic che è in te al pensiero che Yorgos Lanthimos non abbia inventato nulla che Berlusconi non avesse già pensato trent’anni prima?
Ancora ansimante, non ti resta che concludere con amarezza che se, quella è l’unica via rimasta, non scoperai mai più.

Stefano. 37 anni. Interessi: Cinema (!), Musica (!!), Letteratura (!!!).
Prudenza e disincanto ti suggeriscono di smorzare l’entusiasmo sul nascere. I corridoi della Facoltà di Lettere pullulavano di ragazzi interessati a cinema, musica e letteratura: una laurea triennale e una specialistica ti hanno insegnato che queste virtù quasi sempre si accompagnano a gravi problemi di forfora, scoliosi, alitosi, acne, onanismo compulsivo, deformità di vario genere e un ampio spettro di disturbi caratteriali. Qualcosa tra The Big Bang Theory e il bar di Star Wars.

Procedi quindi, tremebonda, alla disamina delle foto.
Reperto numero 1: Foto di gruppo. La regola aurea di Tinder è che, nelle foto di gruppo, il titolare del profilo è immancabilmente il più brutto della comitiva. Quella dello sgorbio che tenta di confondere le acque sembra essere una tattica abusata, sebbene la logica che la sottende ti risulti alquanto oscura: che senso ha esaltare per contrasto quella che sarebbe già di per sé una bruttezza indiscutibile, anche in valore assoluto? Basta dimostrare (per quanto possa una foto) di avere una socialità nella norma, per indurre la malcapitata preda a sorvolare su un occhio di vetro, il carisma di Ciro dei Neri per caso o un sorriso che sembra un calendario dell’Avvento in un giorno molto prossimo al Natale? Tuttavia, le regole esistono per essere infrante, come sembra suggerire il
Reperto numero 2: Stefano in tutto il suo cestistico splendore, nell’atto di marcare un avversario su quello che, con ogni evidenza, è il campetto vicino a casa tua. Il basket amatoriale gli vale ben tre punti: se deve essere sport, almeno che sia sport di squadra. In secondo luogo, alcuni dei tuoi ricordi più lieti hanno per protagonisti giocatori di basket, e lo spogliatoio di una squadra di NBA si avvicina molto alla tua idea di Paradiso. Infine, la scelta del campetto vicino a casa fa di lui un tipo rassicurante.
Last but not least, nonostante il succitato interesse per cinema, musica e letteratura, studiando attentamente la fotografia, non trovi traccia di gobbe né di piedi caprini.
Reperto numero 3: Un primo piano sorridente. Nessuna smorfia ridicola e, a quanto pare, denti naturali tutti al loro posto, niente elementi mancanti né tantomeno ponti, scheletrati o capsule in leghe non preziose placcate oro diciotto carati. Il che lo colloca almeno una spanna al di sopra dell’utente medio di Tinder, e al di qua del Mare Adriatico.
Ha una barba folta ma curata, il che ti induce a rivedere certe tue posizioni. Da quando lasciarsi crescere i peli su mento e guance è diventato così alternativo che l’hanno fatto tutti, gli uomini barbuti hanno perso ai tuoi occhi lo charme irresistibile di Gennarino Carunchio. Per non parlare di quel florilegio di autorevoli studi scientifici che paragonano le barbe, come terreno fertile per la proliferazione di germi e batteri, a quanto di più lurido si possa trovare sulla faccia della Terra, dal pelo di cane al water del bagno di un ristorante messicano mal frequentato e con lo sciacquone guasto. Ma ciò che in definitiva ti preoccupa di più, di questa moda malsana, è che passi: non serve la capacità immaginativa di Paola Marella davanti ad una bettola diroccata per sapere che il tricologico escamotage, negli ultimi anni, ha contribuito a rendere interessanti volti altrimenti del tutto anonimi, quando non si è rivelato essere la panacea in situazioni disperate. Da qui, il tuo assillo: se già così camuffati gli uomini scopabili sono ormai ridotti ad un’irrilevante minoranza, cosa succederebbe nel caso in cui tornassero a mostrare il ceffo nella sua interezza? Ancora stenti a riprenderti dallo shock di quel malaugurato giorno in cui hai cercato su Google “Carlo Cracco senza barba”.
Stefano ha gli occhi castani (due: non uno, non tre), distanziati al punto giusto, con pupille non convergenti né divergenti. Nessuna pinzetta ha, almeno apparentemente, infierito sulle sopracciglia. Puoi passare oltre.
Reperto numero 4: In piedi, sorseggia un cocktail al bancone di un bar con qualche amico. Questo ti consente una valutazione attenta di alcuni parametri biometrici manifesti, e, di conseguenza, di fare supposizioni quanto a quelli celati.
In primo luogo, l’altezza. Il bancone gli arriva appena sopra l’ombelico: a meno che non si tratti di un locale montessoriano, a occhio e croce stimi che il soggetto potrebbe attestarsi tra il metro e ottantacinque e il metro e novanta, centimetro più, centimetro meno.
Ti concentri poi sulle mani: l’esperienza maturata sul campo ti ha insegnato che sono il solo ed unico indizio affidabile per farti un’idea di quello che ti aspetta, e non soltanto in termini di dimensioni, come semplicisticamente si crede tra profani. Ne studi attentamente forma, dimensione, colorito, muscolatura, conformazione ed eventuali vene in evidenza: le mani di un uomo sono il modello digitale da cui il sofisticato software installato nel tuo cervello elaborerà una stampa in 3D del contenuto delle sue mutande, con un livello di precisione che si avvicina al 100%. Di conseguenza, dato un gruppo di peni ed un gruppo di mani, saresti perfettamente in grado di azzeccare gli abbinamenti in pochi istanti e con un margine di errore risicatissimo. Non che tu lo possa scrivere sul curriculum ma, senza tema di smentita, ti senti di affermare che se andasse ancora in onda Scommettiamo che…, con una prova di abilità come questa eclisseresti la fama del piccolo Daniele Radini Tedeschi, all’epoca di anni 6, che, tra trecento riproduzioni di opere d’arte scelte a caso da uno spettatore in studio, seppe riconoscere e citare correttamente “Le sorelle di Fetonte tramutate in pioppi” di Santi di Tito. Ebbene, osservando attentamente le mani che stringono quel bicchiere di mojito, ti si affaccia alla mente l’immagine della papera gigante di Florentijn Hofman.

Stai ancora fantasticando su installazioni di dimensioni mastodontiche quando Tinder ti notifica con uno squillo un messaggio in arrivo. È Stefano.
– Ciao
Colta alla sprovvista digiti Ciao!
E un istante dopo te ne penti. Non puoi sapere quanto in là si spingano l’acume e la capacità di questo Stefano d’interpretare il linguaggio paraverbale, ma sarebbe evidente persino ad un cieco (se la chat fosse in braille) che quel punto esclamativo gronda stupore e gratitudine: esattamente ciò che, prima ancora di avere iniziato una conversazione vera e propria, ti pone in una posizione di svantaggio. Quel punto esclamativo è un patetico scodinzolio sotto forma di carattere speciale. È un caso di scuola di show-don’t-tell da primo quarto d’ora di prima lezione di corso di scrittura livello base tenuto da sessantenne promessa non mantenuta della narrativa italiana nel sottotetto di un circolo Arci di periferia. Quel punto esclamativo grida: SÍ, SONO QUI, SCOPAMI! E infatti, Stefano il punto esclamativo non l’ha usato.
Per un attimo ti concedi il beneficio del dubbio, domandandoti: l’ha omesso intenzionalmente, per stabilire fin dalla prima battuta l’indiscutibile predominanza del cliente sul ristoratore, dello spacciatore sul tossico, della dama di carità sulla povera Pollyanna, insomma per chiarire fin dal principio che ha una cosa che tu vorresti e starà a lui decidere se concedertela? O per rimarcare il fatto che, tra i numerosi privilegi dell’essere un maschio, oltre a possedere un pene e poterlo maneggiare a piacimento, si annovera anche una deroga speciale quanto all’uso corretto, o all’uso tout court, della punteggiatura?
Pausa. Stefano non scrive più. Con una sola battuta di dialogo di appena cinque caratteri (con un unico simbolo, in verità) sei riuscita a dissipare in lui qualsiasi interesse nei tuoi confronti. Praticamente è record. Mentre attendi gli sviluppi, scorri di nuovo le fotografie del suo profilo. La conclusione che trai, ora che la di lui precipitosa ritirata in un enigmatico silenzio ti permette di recuperare un briciolo di lucidità, è che Stefano non è passabile: è bello. Quasi ti senti sollevata: se non ti fossi giocata ogni chance con un punto esclamativo (periodo ipotetico dell’irrealtà, a giudicare dalla sua repentina eclissi), avresti dovuto patire il disagio di frequentare qualcuno il cui aspetto fisico ti avrebbe messa in soggezione e costretta a convivere con un persistente e fastidioso formicolio sulla fronte. È pur vero che uno degli avvenimenti più misteriosi con i quali si è confrontata la tua generazione è stato il trionfo schiacciante di Camilla Parker Bowles su Lady Diana. E si dubita fortemente che l’attuale duchessa di Cornovaglia abbia conquistato l’amore di Carlo grazie a quei trucchi da bordello cinese che la fecero spuntare a Wallis Simpson. Si sarebbero forse dovuti intravedere i prodromi della rivincita degli scorfani nella notte brava di Hugh Grant, peraltro cugino alla lontana proprio di Diana Spencer e soprattutto allora fidanzato con Liz Hurley, assieme a Divine Brown, una prostituta con un cachet da sessanta dollari a botta e un’impressionante somiglianza con uno dei Jackson Five?

– Da molto su Tinder?
Ecco che Stefano riappare. Mimando il suo stile asciutto, senza cedere ad ulteriori e potenzialmente deleteri slanci, rispondi:
– Una settimana.
– Ti piace sciare? Sai fare i massaggi?
Prima che ti domandi le referenze e se sei automunita, chiudi la conversazione.
A pietrificarti non è tanto l’approccio da addetto alle risorse umane con delega alla selezione del personale che ti ha lasciato addosso la sensazione che Stefano più che un’amante stia cercando una au pair. Sei pressoché certa che, in passato, ti sia capitato di parlare con qualcuno delle tue esperienze sulle piste da sci (seppur di rado) e della tua disponibilità a fare e ricevere un massaggio (molto più spesso), eppure affrontare quegli stessi argomenti sotto forma di domande stringate su una chat di Tinder ti risulta straniante per non dire scabroso. La tua totale estraneità al medium ti fa immaginare Stefano che, nel domandarti se ti piace sciare, si frega le mani e s’ingobbisce ingrifatissimo, emettendo grugniti soffocati mentre la punta della lingua guizza a fare capolino dall’angolo della bocca. Parallelamente, tu ti trasformi in un pudico personaggio da romanzo vittoriano e arrossisci di sdegno di fronte all’impudenza di quello sconosciuto che si è permesso di importunarti frugando tra le pieghe del tuo travagliato rapporto con sci e racchette. Come osa?
Mentre scaldi la ceralacca alla fiamma della pruderie per sigillare la missiva nella quale esprimerai a Stefano tutto il tuo disappunto e la ferma intenzione di troncare immediatamente quell’indecorosa relazione epistolare, ecco un altro trillo.
A quanto pare, HAI UNA NUOVA COMPATIBILITÀ!

(continua)

Strade? Dove andiamo noi, non ci servono strade!
È questo che pensi, quando, scartabellando profili su Tinder, ti imbatti in una duck face. Non c’è altra spiegazione: una DeLorean ti ha appena depositata nel 2005, quello che stai sfogliando non è Tinder ma MySpace, e farsi un autoscatto mentre si assume l’espressione di una scimmia cappuccina in procinto di accoppiarsi è ancora avanguardia pura. In effetti, a ben vedere, non sarebbe avanguardia pura nemmeno nel 2005, visto che Ben Stiller ha inventato il personaggio di Derek Zoolander nel 1996 e il film che lo vede protagonista è uscito nelle sale nel 2001. Quindi, anche se una DeLorean ti avesse appena depositata nel 2005, il tipo di cui stai guardando la fotografia sarebbe comunque un coglione. Inoltre il tuo decadimento sul piano mentale e fisico, la banchisa del Polo Nord ridotta alle dimensioni di un bilocale e la messa in onda della diciassettesima stagione di Grey’s Anatomy non lasciano spazio ad equivoci: corre l’anno 2020.
Eppure, c’è ancora chi esibisce labbra aggettanti, fronte aggrottata e sguardo da lesione neurologica permanente. Posa grottesca e per nulla à la page, dato che negli ultimi quindici anni la duck face è stata surclassata, nell’ordine, da: sparrow face, fish gape, migrain pose, T-Rex hands, rapidamente evolutasi in fingermouthing, e squinching. Avresti scommesso che almeno le ultime due fossero categorie di YouPorn, e invece rappresentano le fasi finali dell’evoluzione del selfie. Fatto, questo, serenamente ignorato dal soggetto che ti fissa dallo schermo del tuo cellulare. Vorresti scartarlo, e senza dubbio lo scarterai (studi scientifici dimostrano che coloro che fanno delle facce da deficienti nelle fotografie, nella quasi totalità dei casi sono effettivamente deficienti), ma, al pari di un episodio di Settimo Cielo, ciò che vedi è talmente grottesco che non riesci a smettere di guardarlo.
Ipnotizzata, ti sporgi per contemplare il fondo di quel baratro di mancanza di sicurezza in se stessi, bassa autostima e terrore del giudizio altrui che ti si è spalancato davanti agli occhi. Quel poveretto, costretto dai disturbi sopraelencati a rifugiarsi precipitosamente tra le accoglienti braccia di una pratica ridicola e conformista, oltre che sorpassata, quasi ti fa pena. Lungi da te sottovalutare il triplo carpiato della patologia psichiatrica di chi vorrebbe disperatamente far credere che la deliberata alterazione dei connotati sia una strategia per camuffare i tratti di un volto attraente in modo quasi offensivo così da accattivarsi le simpatie di chi guarda (una sorta di autoironia da minus habens, il cleuasmo dell’analfabeta), mentre di fatto è l’esito di un mix letale di narcisismo e dismorfofobia. Come in un telefono senza fili postbasagliano, il risultato finale non ha nulla a che vedere con l’intenzione di partenza. Il messaggio che dovrebbe arrivare è: So che sono bello, e non temo di fotografarmi mentre faccio una smorfia. Il messaggio che invece arriva è: Sospetto che il mondo dell’internet, che nel mio cerebro disabitato si sovrappone a quello reale, trabocchi di visi più gradevoli di quello che mi ritrovo, ma poiché il mio aspetto fisico è l’unico bene che ho da offrire alla società, non mi resta altro che pubblicare una foto di me con un’espressione da patetico idiota, nella speranza che nessuno si accorga che la mia vita mi provoca incoercibili conati di vomito e che, se mi soffermassi ad analizzare lucidamente le profonde ragioni del mio comportamento, la cosa più sensata da fare sarebbe suicidarmi.
Da ultimo, provi un inspiegabile supplemento di fastidio al pensiero che a ritrarsi in questo modo sia un uomo, come se le diverse manifestazioni di stupidità seguissero una rigida tassonomia in base al genere sessuale. Alle femmine: la duck face, Uomini&Donne, la fila fuori dai negozi Pandora, il bikram yoga; ai maschi: la curva dello stadio, le gare di rutti, la PlayStation, l’ultimate frisbee. Il vicino filonazista di American Beauty che è in te, avrebbe riservato al suo delfino una scudisciata aggiuntiva se lo avesse sorpreso nell’atto di puntare la videocamera verso di sé per fare le boccucce, anziché zoomare sull’asimmetrico seno della pubescente dirimpettaia.

Dopo aver dato al papero giulivo la collocazione che gli compete (il cestino), ripensi a quando, durante la prima fase della pandemia, in rete spuntavano come virologi video nei quali veniva spiegato, passaggio per passaggio, come produrre in casa l’Amuchina, improvvisamente introvabile, finché non erano diventati introvabili anche gli ingredienti per prepararla, esattamente come poche settimane dopo sarebbe accaduto con la pizza e il lievito madre, seguiti a ruota dai tappetini per smaltire con lo yoga le calorie della pizza, e poi da bustini, tutori e borse del ghiaccio per rimediare ai danni dello yoga. Oggi invochi un tutorial per fabbricare lo Xanax: se solo non avessi trascorso le lezioni di chimica al liceo a fantasticare su una torbida liaison con il rappresentante d’istituto, a quest’ora potresti essere il Walter White delle benzodiazepine. Tinder, da quell’allevamento intensivo di tonni che immaginavi, si sta rivelando nient’altro che una palude stagnante e limacciosa, e tu che ti eri lanciata nell’impresa con l’entusiasmo di Atreiu rischi di fare la fine ingloriosa del suo cavallo.
E dire che la penuria di candidati se non eccellenti almeno passabili ti ha indotta ad allargare le maglie della tua rete. No, non ai proprietari di pantaloni alla pescatora di jeans: quelli saranno gli ultimi che raccatterai dalla cloaca, devastata dalla consapevolezza che un eventuale accoppiamento con un rappresentante della categoria, oltre ad essere funestato da una grave secchezza vaginale, potrebbe mettere in circolazione altri individui con un DNA zoppicante, sempre che la Natura non abbia preferito saggiamente tutelare la razza umana, concedendo ai proprietari di pantaloni alla pescatora di jeans una provvidenziale sterilità, come accade in certe forme di handicap.

Nonostante le efficaci strategie messe in atto per proteggerti dal catastrofismo di chi non fa altro che snocciolare dati e numeri sempre più allarmanti (strategie che consistono più che altro nel simulare problemi di linea alla Aldo, Giovanni e Giacomo quando telefona tua madre), ti accorgi di non essere del tutto immune alla psicosi da seconda ondata. Prima, chi dichiarava o dimostrava, con tanto di documentazione fotografica allegata, di svolgere la professione di medico, sortiva su di te se non l’effetto del proprietario di pantaloni alla pescatora di jeans, quanto meno quello del motociclista: una rapida fuga. Questo avveniva per via del fatto che un medico, oltre ai rischi da mettere sempre in conto in caso di contatto ravvicinato con chicchessia (mononucleosi, herpes labiale, congiuntivite virale, pidocchi e piattole, candida, clamidia, sifilide, scabbia, verruche, HIV, HPV e così via), sarebbe stato il veicolo ideale di tutte le patologie legate alla sua branca di specializzazione, sommando allo stigma di untore generico quello di untore specifico. Avresti forse chiuso un occhio sugli ortopedici, se solo il Sistema Sanitario Nazionale avesse previsto per loro una mensa e uno spogliatoio a parte. In ogni caso, andando contro a ciò che una pandemia sembrerebbe suggerire, da qualche tempo non solo i medici esercitano su di te un fascino magnetico: ora come ora, ti sentiresti di concedere una certa benevolenza anche a infermieri e volontari del 118. Con questi chiari di luna, meglio non andare troppo per il sottile: il letto che vai cercando potrebbe essere in terapia intensiva.

Un gaio scampanellio interrompe le tue elucubrazioni: Tinder ti annuncia, in modo alquanto naïf per un’applicazione nata con il preciso obiettivo di far scopare adulti consenzienti, che “HAI ATTIRATO L’ATTENZIONE DI QUALCUNO!”, perciò ti precipiti a vedere di chi si tratti. Il lato rassicurante della versione economica di Tinder è che, per ricevere questo tipo di messaggio, l’affinità deve essere reciproca, dunque chi ha espresso apprezzamento nei tuoi confronti deve essere per forza qualcuno per il quale tu hai espresso apprezzamento a tua volta. Il particolare che ti turba è che tutto ciò che ricordi del tuo ultimo raid su Tinder è che avevi bevuto un bicchiere di troppo e hai concluso la serata postando su Instagram una foto di te, sul letto, con addosso solo mutande e cappotto.

(continua)

All’inizio, ti concedi del tempo per esaminare scrupolosamente il profilo di ogni candidato: la versione a costo zero di Tinder non contempla ripensamenti, quindi, mai come ora, ogni lasciata è persa. Tuttavia non ti risulta troppo difficile adeguarti a questa logica spietata, poiché è la stessa che, tra i quindici e i venticinque anni, ti ha portata a collezionare quell’invidiabile palmarès di casi umani poi archiviati nella cartella Ex, Tresche e Frequentazioni. Se lo scarti, il giovane Brendon (sic), con la sua passione per le birre artigianali e quel sorriso che sembra un maxi tamponamento, scivolerà per sempre nell’oblio e tu potresti pentirtene amaramente. Comprendi dunque che dovrai soppesare con attenzione ogni scelta.
Noti subito, con disappunto, che spesso vengono omesse (o volontariamente celate) proprio due delle informazioni essenziali per chi, come te, si è avvicinata a Tinder con l’ascetismo di Charlotte Gainsbourg in Nymphomaniac: se persino tu arrivi a capire che l’indicazione precisa delle misure del pene sia una richiesta pretenziosa, pensi però che sarebbe buona norma dichiarare fin da subito altezza e preferenze politiche. Non hai tempo né energie da investire in una fitta corrispondenza con qualcuno per poi scoprire, al primo appuntamento, che indossa la taglia del nano di Twin Peaks. O che vota per Giorgia Meloni. O per Matteo Salvini. O per Forza Italia. O per i Cinque Stelle. O per Renzi. O per un certo PD.
Sei su Tinder da un quarto d’ora e già si fa strada in te il sospetto che il tuo uomo ideale sia un Pippo Civati di un metro e novantacinque.

Nonostante in questa prima fase delle selezioni fare la schizzinosa non sia conveniente, alcune categorie merceologiche fanno scattare il tuo pollice sulla X che campeggia nella parte in basso a sinistra dello schermo, quasi si trattasse di un riflesso condizionato.
Defenestri per principio, e senza rimpianti, chi ha la biografia in inglese: disprezzi l’esterofilia in ogni sua forma e sospetti che, se ti soffermassi a leggere quelle quattro righe, scopriresti, con un certo raccapriccio ma nessuna sorpresa, che una buona percentuale del campione si definisce business owner at myself.
Allo stesso inclemente destino vanno incontro gli orgogliosi possessori di pantaloni alla pescatora di jeans. Il crimine contro l’umanità consiste nei pantaloni alla pescatora. Il jeans è soltanto un’aggravante. E non lo fai perché sei una femmina sciocca e superficiale, che dà troppa importanza alle apparenze. Lo fai perché ti spaventa immaginare il sistema valoriale di una persona che, potendo scegliere tra migliaia di possibili rappresentazioni di sé con la precisa finalità di attrarre una donna, opta per la versione in pantaloni alla pescatora di jeans. Da uno così, è lecito aspettarsi che per il tuo compleanno ti regali tre costole fratturate o un furto con destrezza. O peggio, che ti porti a pranzo da sua madre.
Con la stessa scioltezza, depenni i visi sprovvisti di labbro superiore (t’inquietano) e quelli che sfoggiano sopracciglia più curate delle tue, dettaglio che spesso si accompagna a camicie sbottonate fino all’ombelico e Timberland quattro stagioni. Sebbene la profonda scollatura riveli pettorali (e addominali) scolpiti nel marmo creando un percorso attenzionale che punta dritto ad un pube che immagini perfettamente depilato, e la scelta di indossare scarponcini da montagna anche in piena estate racconti un’indole sprezzante del pericolo e amante dei formaggi molto stagionati, sei certa di due cose: in primo luogo, sarebbe un azzardo sperare in una relazione a lungo termine con qualcuno che, data l’assidua frequentazione del solarium sotto casa, condivide con un abitante della Sierra Leone non solo il colorito ma anche l’aspettativa di vita; per non parlare del fatto che, per tutta la durata dell’appuntamento, non riusciresti a scacciare la fastidiosa sensazione che la De Filippi vi osservi, succhiando compiaciuta l’immarcescibile caramella.

Fin dalla tua prima incursione, noti che su Tinder il nome Simone appare più spesso che nella Bibbia. Deve trattarsi di un fenomeno trasversale quanto all’età (hai scelto un minimo di ventisei anni e un massimo di quarantasei), ma endemico del tuo quartiere: non avresti mai pensato di trovare tanti Simone entro quindici chilometri da casa tua, neanche abitassi alle pendici del Golgota.
A battere il nome Simone, quanto a occorrenza, sono le moto da corsa: in media, ogni cinque fotografie, una ritrae una moto fiammante che fa bella mostra di sé accanto al suo tronfio proprietario sul ciglio di un burrone, in cima ad uno strapiombo, o davanti al guardrail di un tornante. Manca solo una corona di fiori.
La passione per le due ruote, alla stregua delle biografie in inglese, delle sopracciglia ad ali di coglione e dei pantaloni alla pescatora di jeans, anziché attrarti funge da deterrente. Il complesso della crocerossina è il Gronchi rosa della tua collezione di disturbi: per quanto ti sforzi, proprio non ti ci vedi ad imboccare un tetraplegico o a lustrare col Sidol gambe artificiali. Inoltre, mai e poi mai potresti sopportare le scomodità e le costrizioni che comporta condividere la vita con un motociclista: dall’obbligo di essere sempre depilata ed indossare biancheria coordinata per non fare brutta figura con i paramedici, al macinare chilometri con la carta d’identità stretta tra i denti in modo da agevolare il riconoscimento del tuo cadavere spalmato sull’asfalto.

Continui a sfogliare, a ritmo via via più sostenuto.
Davide, 37 anni. Stando alle foto che pubblica, è su Tinder non tanto per trovare una donna, quanto per richiedere un consulto dermatologico.
Simone1, 46 anni. Un trapianto di capelli sfoggiato con tracotanza. E ne ha ben d’onde: è il primo caso al mondo di innesto di peli d’ascella.
Bob, 35 anni. Chef, esibisce alcune foto delle sue ultime creazioni. Purtroppo però la tua religione ti vieta di mangiare cibi che sembrano già vomitati.
Giulio, 26 anni. Somiglia in modo impressionante a Leonardo Di Caprio. In Buon compleanno, Mr. Grape.
Damiano, 33 anni. Rasta e barba incolta, laureato al DAMS, ha un profilo in odorama: puoi sentire fin da qui la puzza di sudore.
Mirko, 32 anni. Mentre fissi quel sorriso sbilenco ti domandi: chissà com’era, prima dell’ictus.
Giuseppe, 30 anni. I suoi interessi sono: sport, attività fisica, ginnastica, fitness. L’assenza di cicatrici indica che la lobotomia è stata effettuata con accesso attraverso i dotti lacrimali.
Simone2, 41 anni. T’incuriosisce. Soprattutto per la sua scelta di mostrare solo le foto di Prima della cura.
Niccolò, 34 anni. Dice poco di sé, ma potresti colmare le lacune chiedendo a sua moglie, la prossima volta che la vedrai alla riunione di condominio.
Gennaro, 27 anni. Foto frontale, profilo destro, profilo sinistro. Niente da dire, in questura hanno assunto un fotografo che sa il fatto suo.
Simone3, 40 anni. Portati divinamente. Nonostante la progerie.
Henry, 39 anni. In qualche modo ti ricorda la tua infanzia. I Goonies. Super Sloth.

Al termine di questa prima, infruttuosa sessione, sei stremata, stordita, disorientata: un istante ti sembra di trovarti in un negozio Abercrombie, quello successivo ad una personale di Diane Arbus.

(continua)

È giunto il momento di scaricare l’unica applicazione che abbia una qualche utilità, in tempi così difficili. Purtroppo però lo spazio a disposizione nella memoria del tuo cellulare antidiluviano è limitato, e dovrai operare una scelta, dolorosa ma necessaria. Ti sei documentata: con i suoi milioni d’iscritti, l’alta percentuale di soddisfazione, il servizio di notifiche discreto ma puntuale e le sue finalità ludico-ricreative, Tinder batte Immuni a mani basse.
Non appena clicchi sulla più che promettente icona a forma di fiamma ardente, già pregustando il divampare di incendi ormonali e roghi di mutande, appare una scritta a caratteri cubitali che ti consiglia di passare alla versione a pagamento. A parte l’approccio rapace da adescatore di setta religiosa che ti promette il Paradiso agganciandoti con una frase a effetto e ricordandoti i buoni sentimenti e l’amore universale che albergano nel tuo cuore, ma non ti lascia nemmeno il tempo di crogiolarti nell’autocompiacimento che già ti chiede i dati bancari per estorcerti una generosa offerta, dopo averci riflettuto approfonditamente per almeno cinque secondi, decidi di procedere con la versione gratuita: prima di tutto, sospetti che chi è disposto a pagare per cercare una donna su Tinder sia ancora più disperato di chi la cerca gratis, e in secondo luogo, va bene che, come si è detto, gli uomini sono le nuove donne, e di conseguenza le donne sono i nuovi uomini perché se no non si andrebbe da nessuna parte, ma non hai intenzione di lanciare fin da subito il segnale che sei propensa ad allentare i cordoni della borsa per incrementare le tue possibilità di guadagnarci una scopata. Preferisci aspettare almeno che la tua conquista si faccia offrire l’aperitivo al primo appuntamento, comme il faut.

Inizi quindi ad inserire i tuoi dati. Al momento di indicare la data di nascita, ti rendi conto che ti verranno proditoriamente attribuiti trentasei anni, mentre tu ne hai trentacinque: hai stabilito infatti che, poiché il tempo è una mera convenzione, continuerai a compierne trentacinque finché la tua vita non riprenderà il suo corso, fatto di attacchi d’ansia all’idea di una gita fuori porta, di malumori prima di una partenza, di inviti a cene alle quali preferiresti di gran lunga una qualsivoglia prova di Mai dire banzai, di contatto fisico non richiesto e sgradito, di proiezioni cinematografiche e spettacoli teatrali ai quali tu non assisterai, perché c’è in giro l’influenza, ma almeno teatri e cinema saranno aperti per coloro a cui puzza la salute, che diamine! Vivi un breve attimo di autocompiacimento, neanche fossi stata appena avvicinata da un adescatore di setta religiosa, constatando con quale generosità d’animo, nell’auspicarti il ritorno alla normalità in termini d’intrattenimento in luoghi chiusi e affollati durante il picco influenzale, tu sappia far tue alcune battaglie che non ti riguardano affatto. Del resto, sei sempre stata una fiera avversaria di quelle menti limitate e poco fantasiose che sostenevano che non si possano avere afflati sinistrorsi pur indossando puro cashmere, che i meridionali non avrebbero mai votato per la Lega o che sia fuori luogo farsi vedere al Family Day se si fa parte di famiglie allargate, se si porta avanti una convivenza more uxorio o se tuo marito è immischiato in un traffico di squillo minorenni.

Inghiottito l’amaro boccone di quel TRENTASEI che campeggia ora in cima alla schermata del tuo cellulare, scopri che la fase successiva della registrazione ti sottopone ad una prova ancora più ardua: devi selezionare le foto che andranno a comporre il tuo profilo, cosicché la controparte maschile possa valutare se scartarti o premiarti con un cuoricino. Sei sconcertata. Beh, cosa ti aspettavi da un’applicazione di dating? Che ti chiedesse di caricare la lettura del contatore del gas? Il problema è che il giorno in cui distribuivano la fotogenia tu eri in fila per le tette, e, per colmo di sfortuna, quando era quasi arrivato il tuo turno per le tette ti è scappata la pipì, e il resto è storia. È solo per questa ragione che sui tuoi profili social compaiono pochissime foto di te, e nessun autoscatto, e non a causa di tutti gli articoli dell’American Psychiatric Association che illustrano chiaramente come il vizio di farsi dei selfie sia indice di un grave disturbo mentale, oltre a farti fare la figura del deficiente: fosse solo quello il problema, e non il fatto che in fotografia sembri l’amorfo lavoretto di Natale di un bambino di prima elementare affetto da deficit cognitivi e motori, passeresti le giornate a farti autoscatti, e quel particolare disturbo mentale andrebbe ad aggiungersi alla tua fiorente collezione, senza essere nemmeno il peggiore. Se non altro, uno dei lati positivi della dismorfofobia è che ti salva dal pubblico ludibrio. Che comunque sospetti sia sempre dietro l’angolo, visto che sei anche paranoica.
Perciò, per non perdere tempo elabori un piano semplice ma efficace: dai per scontato che se una tua foto è passata al vaglio attento della censura (tu) ed è stata pubblicata su Instagram, significa che non fa così schifo, quindi è da lì che pescherai quelle quattro o cinque immagini che ti permetteranno di completare l’iscrizione. Per la verità, ti tocca frugare un bel po’, perché a quanto pare pubblichi soltanto foto del tuo cane e di copertine di libri. (E ancora ti domandi come mai non scopi?)
Ora devi indicare il tuo orientamento sessuale: la risposta determinerà le tue preferenze e dunque il tuo bacino d’utenza. Ti definisci eterosessuale, ma ti dai ancora altri tre anni al massimo prima di comprare un biglietto per una crociera all’isola di Lesbo.
Da ultimo, devi inserire l’età minima e massima delle tue prede e il raggio della ricerca in chilometri.
Ed è a questo punto che provi una curiosa sensazione di déjà-vu.

Hai compilato un form con i tuoi dati, hai fornito esplicite indicazioni su cosa stai cercando e specificato entro quale area dovrà avvenire la perlustrazione: improvvisamente ti è chiaro che stare su Tinder è come iscriversi ad immobiliare.it. Dunque cercare un uomo è come cercare casa. Questa scoperta dovrebbe rallegrarti, visto che ci sei già passata due volte (con le case), ma di fatto ti deprime, perché è stato uno strazio (non solo con le case). Hai odiato cercare un appartamento. È un’esperienza che ti saresti volentieri risparmiata, come la rimozione di quella maledetta cisti dall’orecchio sinistro nel 1999, con la sostanziale differenza che, prima di farti vedere certi appartamenti, nessuno ha avuto il buon cuore di farti l’anestesia. Peraltro, proprio come quando cercavi casa, hai tracciato un raggio di meno di quindici chilometri dalla tua posizione (bugia: quando cercavi casa, il raggio era meno di cinque chilometri), e un’area così ristretta di certo non favorisce il successo dell’operazione. Sperando di non dover competere, anche per la corsa al maschio, con torme di agguerrite fuorisede abili a saccheggiare e lasciare dietro di sé soltanto impresentabili scarti, ti consoli al pensiero che almeno, in questo caso, non dovrai avere a che fare con gli agenti immobiliari, categoria per la quale probabilmente è stato istituito un apposito girone all’Inferno, difficile dire se per la loro ladronesca incompetenza o per quelle abominevoli scarpe a punta di vernice nera.
Decidi che la cosa più saggia da fare sarà sfruttare questa inedita analogia e applicare in maniera rigorosa e scientifica, allo spulcio dei profili su Tinder, le poche ma incrollabili certezze che hai acquisito durante quelle due incursioni nel real estate:

  1. Le descrizioni non dicono quasi mai la verità.
  2. Se nell’inserzione non compare nemmeno una foto, meglio passare oltre.
  3. Prima di fare progetti, verifica che sia libero da subito.
  4. Non farti illusioni: le dimensioni indicate sono SEMPRE quelle commerciali, mai quelle calpestabili.

Piccolo, ma non trascurabile particolare: a differenza di quanto accaduto su immobiliare.it, ora la tua ricerca ha l’urgenza di uno sfratto esecutivo.

(continua)

La consapevolezza è una condanna. Ai tempi del liceo ti riempivi la bocca con frasi come questa per sembrare intelligente e fare colpo sull’eunuco intellettualoide narcisista patologico in giacca di velluto con toppe sui gomiti e sciarpina d’ordinanza della sezione parallela alla tua. Patetico denigrarlo ora: il fatto che l’alcolizzato che alle quattro di pomeriggio si addormenta sulle carte da briscola all’Osteria del Sole dopo una mattina a fare consegne per JustEat, al ginnasio fosse una giovane promessa della filosofia e sprizzasse carisma e sintomatico mistero da dietro le lenti scure dei Ray-Ban, non giustifica sette anni di stalking. Patetico doppiamente perché, chi vuoi prendere in giro: sei tanto disperata che, se per uno scherzo del destino fosse proprio lui a recapitarti la vaschetta da due chili di gelato ai fichi caramellati e marron glacé che hai ordinato, saresti pronta a sorvolare su alcolismo, ludopatia e mancanza di prospettive e non esiteresti ad attirarlo in casa con una scusa pietosa pur di elemosinare un rapido amplesso. Da qualcuno che te l’ha negato più di quindici anni fa, quando le tue cosce non sembravano ancora foderate di Yocca e la tua spina dorsale un puzzle Ravensburger da cinquemila pezzi.
La consapevolezza è una condanna, si diceva. Ed è proprio la consapevolezza della tua penosa situazione che ti induce a concludere che persino uno speculum sia meglio di niente, dunque prenoti la visita annuale dalla ginecologa.

La segretaria ti fa accomodare in ambulatorio. Ti spogli dietro il paravento e ti sdrai sul lettino. Per stemperare almeno in parte quel senso di disagio che ti prende ogni volta che sei vestita di tutto punto solo dall’ombelico in su, mentre posizioni i talloni nelle staffe, scambi i convenevoli di rito con la dottoressa, che ti sorride cordiale come è lecito attendersi da chi si accinge ad infilare il braccio fino al gomito nella tua vagina. Lo stesso trattamento non viene riservato al tuo pube, oggetto invece di occhiate sospettose, forse perché, dopo le recenti sforbiciate, sembra avere tutte le intenzioni di invadere la Polonia. Solo in quel momento ti rendi conto che quel look sbarazzino potrebbe indurre la dottoressa a trarre conclusioni mai così sbagliate sull’andamento della tua vita sessuale, e ti affretti a chiarire l’equivoco. La ragguagli rapidamente sulla fine della tua relazione, tuttavia, quando ti domanda da quanto tempo non hai rapporti, ogni singolo minuto di quei sette mesi ti frana addosso inesorabile e la zittellitudine non sembra essere, ai suoi occhi e nemmeno ai tuoi, una giustificazione accettabile per il clima da Io sono leggenda che aleggia nelle tue mutande.

Mentre la ginecologa monta l’apposito panno caricato elettrostaticamente sul manico del Swiffer per procedere alla visita, fissi il soffitto immaginando quale sarà il prevedibile responso: dall’ultimo controllo, la tua fertilità ha subito un crollo verticale, ma in compenso ti è ricresciuto l’imene. Ed ecco che, in men che non si dica, verranno chiamati a raccolta tutti i medici del poliambulatorio, oculista compreso, affinché siano resi partecipi di quell’evento prodigioso! Dapprima si assieperanno attorno al lettino accarezzandosi le barbe e lustrandosi le lenti degli occhiali con espressione attonita e meditabonda, poi, in fila uno dopo l’altro, si chineranno a guardare il tuo imene nuovo di zecca come la cupola di San Pietro attraverso il buco della serratura del Priorato dei Cavalieri di Malta sull’Aventino.
Comunichi alla dottoressa che stai pensando di interrompere l’assunzione della pillola, anche se sei atterrita dal pericolo di una recrudescenza dell’acne: già non scopi, ci manca solo che, una volta uscita dalla pandemia, tu abbia la faccia di Michele Ainis. Lei, serafica, risponde che, nel caso, potresti sempre ricominciare a prenderla: – Ma prima devi fare un baby – aggiunge con il tono suadente di Ursula de La Sirenetta.

Ti domandi da quanto la dottoressa non metta il naso fuori da quell’antro buio, e ti senti in dovere di aggiornarla sulla situazione: una pandemia globale rende un filo complicato trovare un uomo bello, ricco, intelligente, colto, generoso, elegante, simpatico, superdotato, dall’igiene personale ineccepibile, di sinistra e preferibilmente orfano. Non solo: dovresti riuscire a concupirlo e a farti ingravidare in quel brevissimo lasso di tempo che intercorrerebbe tra l’ultima pillola e lo sbocciare del primo brufolo. E alcune curiose coincidenze, quali ad esempio l’aver inaugurato i tuoi sei mesi da fumatrice nel momento esatto in cui veniva approvata la legge che vietava il fumo nei locali, l’iscrizione a scuola guida l’anno in cui fu introdotta la patente a punti, o l’aver buttato via i tuoi vecchi DrMartens una settimana prima che tornassero prepotentemente di moda (della recuperata singletudine in piena pandemia s’è già parlato?), ti fanno sospettare che il tempismo non sia tra le tue più spiccate qualità.
La ginecologa non demorde: – Non sai quante, alla tua età, si sono già fatte congelare gli ovuli.
Il tuo pensiero vola ai tortellini di tua madre che giacciono in fondo all’ultimo cassetto del freezer dalla scorsa primavera: custoditi gelosamente in attesa di un appuntamento romantico durante il quale millantare, previo scongelamento clandestino nel pomeriggio, doti da cuoca provetta (tu che l’altro giorno per fare un uovo sodo hai cercato la ricetta su Giallo Zafferano), sospetti che finirai per divorarli in solitudine succhiandoli come Bomboniere Algida.
– Questo ti farebbe guadagnare tempo, mentre aspetti di trovare il partner giusto – aggiunge la mezzana.
Peccato che, poiché il genere maschile sembra essere stato annientato da un meteorite, la ricerca del partner giusto potrebbe rivelarsi più lunga di quanto la dottoressa creda: probabilmente estrarre il DNA dal sangue succhiato da una zanzara poi rimasta intrappolata nella resina e fare da madre all’esito di un esperimento di manipolazione genetica sarebbe un procedimento più rapido e meno impegnativo.

Abiti di fronte ad una scuola elementare e ti è capitato più volte di chiederti se quelle signore dalle chiome canute, le lenti multifocali e il passo corto e incerto che attendono il suono della campanella con l’Amplifon regolato al massimo, siano le mamme o le nonne delle creature indemoniate che urlando si lanciano fuori dal portone tutti i giorni alle quattro e mezza precise. Un’attenta osservazione del fenomeno ti ha permesso di individuare un criterio pressoché infallibile per sciogliere il quesito: se preleva coppie o tris di gemelli, quasi sicuramente è la madre. Non a caso, l’excusatio non petita “Nella famiglia di mio marito ci sono un sacco di gemelli” ha di recente scalzato dal primo posto in classifica la cara, vecchia “Ce lo chiede l’Europa”.
Quando sei nata, tua madre aveva trentaquattro anni e all’ingresso in ospedale era stata classificata (con suo grave disappunto) come primipara tardiva. Oggi, chi rimane incinta a trentaquattro anni si domanda se non sia una mossa avventata fare un figlio prima di aver terminato lo stage non retribuito da McDonald’s.

Sebbene prestare orecchio all’eco di sirene dei millennial tuoi coetanei e incolpare i boomer delle disgrazie e dei fallimenti della vostra generazione sia una tentazione più irresistibile dell’annusare le proprie scoregge sotto al piumone, sei costretta ad ammettere che sono numerosi i casi di persone che hanno deciso di diventare genitori molto tardi nonostante carriere di successo e posizioni economiche più che agiate, come Carmen Russo ed Enzo Paolo Turchi.
Riflettendo a fondo sulla questione, ti convinci che condurre una vita di stravizi ben oltre i limiti imposti dall’anagrafe (come testimoniano le emorroidi di Enzo Paolo Turchi, appunto) per poi rincorrere la fertilità in zona Cesarini potrebbe presentare insospettabili vantaggi.

Prima di tutto, diventare madre in età pensionabile ti farebbe risparmiare sulla babysitter. Inoltre solleverebbe i tuoi colleghi dall’obbligo morale di farti del mobbing, e il tuo medico di base dall’incombenza di stendere un falso certificato di gravidanza a rischio, come da prassi nel caso di contratto a tempo indeterminato e/o di impiego pubblico. Inoltre, è innegabile che un passeggino assolva la stessa funzione di un deambulatore, ma sia senz’altro più dignitoso e performante: ti domandi anzi quanto ci vorrà ancora, affinché gli ospedali mettano a punto un apposito pacchetto chirurgico CESAREO + PROTESI DELL’ANCA. Non avevi mai considerato poi che il ridotto fabbisogno di sonno negli anziani permette di dedicarsi all’accudimento notturno di un neonato con maggiore efficienza, per non parlare di quanto sia rassicurante sapere di poter contare sulla collaborazione di un compagno che si sveglia comunque ogni mezz’ora a causa della prostatite.

Congelare gli ovuli non ti sembra una proposta così bizzarra, in fin dei conti, anche se elude soltanto momentaneamente il problema della mancanza di un donatore, poiché, amara scoperta!, non puoi sceglierlo su un catalogo come quello della Giochi Preziosi nei gloriosi e spensierati anni Novanta. E allora, tanto vale indire un casting e, quando sarà il momento, vale a dire a occhio e croce tra una ventina d’anni, tentare prima con i metodi tradizionali. Se dovessi accorgerti che farti ingravidare dall’Uomo Della Tua Vita è un’impresa disperata, potrai sempre farti ingravidare dall’Uomo Della Vita Di Qualcun’Altra con un rapporto occasionale one shot, e ricacciare subito dopo lo sconosciuto nel dimenticatoio: pratica che tra l’altro, al pari della scelta del donatore da un catalogo, ti eviterebbe la parte più sgradevole, ovvero la conoscenza e forzata frequentazione dei suoi genitori.
Dichiari dunque ufficialmente aperti i Tinder Games.

(continua)

Per preservare quel poco autocontrollo che ancora ti resta, eviti accuratamente quotidiani e telegiornali in cui non si parla d’altro che della pandemia. Ti rifiuti di permettere a dati, numeri e percentuali di interrompere la tua maratona in solitaria di Grey’s Anatomy. E come darti torto: vuoi mettere masturbarti guardando Patrick Dempsey invece di Burioni? Certo, per sfuggire del tutto al bombardamento ansiogeno, dovresti bloccare le chiamate in entrata di tua madre, ma sai che se lo facessi, nel giro di mezzora te la ritroveresti a raspare fuori dalla porta di casa come un pastore tedesco dell’Unità Cinofila.
Non accendi il televisore da settimane, ma ascolti spesso la radio. Così, la mattina in cui il notiziario annuncia che il Governo non esclude di istituire il coprifuoco alle dieci di sera, scoppi in singhiozzi isterici e disperati. Non tanto per il provvedimento in sé: non sei un supereroe che di notte esce a combattere il crimine e il più delle volte alle dieci di sera sei già in pigiama sotto le coperte. A gettarti nel panico e nello sconforto è ciò che questo provvedimento implica e rappresenta: le possibilità di riuscire a scopare si assottigliano inesorabilmente come le sopracciglia di Anna Oxa a Sanremo.

Guardare alle tue vicende personali relativizzandole al contesto generale non ti ha mai aiutata, fin dai tempi del: “Mangia, perché in Africa i bambini muoiono di fame”. Men che meno nel momento presente può essere di qualche sollievo riportare le tue miserie alle loro giuste proporzioni: un piccolo puntino nell’angolo in basso a sinistra di un mastodontico affresco dell’umanità falcidiata da una pandemia. Ti sforzi di concentrarti sul quadro globale, ma più lo fissi, peggio ti senti: mentre all’epoca la tua inappetenza non aveva alcuna connessione con la fame dei piccoli biafrani, la sindrome aviopenica che ti affligge oggi è acuita, se non originata, dalla consapevolezza che la caccia a un soggetto scopabile potrebbe farti finire in terapia intensiva. E osservare il quadro generale non fa altro che ricordartelo, perciò riporti lo sguardo su di te. Trentacinque anni, attanagliata dalla consapevolezza di avere sprecato troppo tempo e con una quantità di arretrati, in termini di contatto fisico e appagamento sessuale, da farti rimpiangere la presa salda e sicura della mano del tuo istruttore di scuola guida sulla coscia.

Decidi di non darti per vinta e di gettare il guanto di sfida al Destino: prenoti una ceretta brasiliana. Questa mossa denota uno sprezzo del pericolo che normalmente non ti appartiene. Non soltanto perché, in una fase di incremento dei contagi, la cabina di un’estetista non si colloca tra i primi cinque posti più sicuri in cui passare un’ora. E nemmeno perché, date le imminenti restrizioni, le occasioni per dare un senso ad una ceretta brasiliana saranno ridotte all’osso. La ragione per cui ritieni che potrebbe trattarsi di una mossa suicida che fa di te un kamikaze votato all’autodistruzione è che, come è stato dimostrato da anni e anni di statistiche e dati raccolti sul campo, depilarsi riduce drasticamente le probabilità di riuscire a scopare.
L’Universo, infatti, è regolato da meccanismi estremamente precisi e infallibili per via dei quali un certo evento, in determinate condizioni, tende a verificarsi sempre allo stesso modo. La ceretta in previsione di un appuntamento ne è un esempio. Analogamente all’indossare biancheria coordinata, depilarsi immediatamente prima di uscire con un nuovo potenziale partner ha sempre avuto effetti deleteri sull’esito della serata.
Volendo rappresentare il fenomeno come un punto P su un piano cartesiano, dove sull’asse delle ordinate verrà indicata la quantità di peluria presente sull’epidermide, e sull’asse delle ascisse la probabilità di scopare, si osserverà che all’aumentare del primo valore, anche il secondo si allontanerà di pari passo dallo zero. L’unica condizione che possa sovvertire questa legge è l’instaurarsi di un rapporto stabile ed esclusivo: in questo caso, il nostro punto P si collocherà in posizione anomala, molto in alto sull’asse delle ordinate, ma vicino allo zero sull’asse delle ascisse: in pratica, dopo un tempo X, ci si arrende ai peli superflui, ma nemmeno si scopa.
Sebbene questo modello sia sempre stato più affidabile delle previsioni meteo dell’Aeronautica Militare, ti dici che vale comunque la pena fare un tentativo: d’altra parte, negli ultimi mesi depilarti non è stata la tua priorità, eppure non hai certo dovuto destreggiarti in una selva di peni.

Quando ti trovi a tu per tu con l’estetista, chiarisci che per ceretta brasiliana non intendi affatto la depilazione totale delle parti intime, come comunemente si crede. Hai studiato in maniera piuttosto approfondita l’argomento e ora sai che la dicitura ceretta brasiliana indica l’origine geografica della tecnica e del materiale utilizzato, diverso dalla comune lava vulcanica che sobbolle nel fornellino piazzato laggiù, in mezzo ai tuoi piedi. Ed è solo in virtù del fatto che, con questa specifica procedura, è meno doloroso avventurarsi in zone particolarmente sensibili (come lo scroto di molte brasiliane, appunto) che, per traslato, l’espressione ceretta brasiliana è diventata sinonimo di depilazione totale. Inoltre, in passato hai già sperimentato l’ebbrezza del totally shaved, comprendendo che non faceva per te. E infatti, l’avevi fatto per qualcuno. Come è normale che sia. Perché, siamo sinceri, al pari dello sbiancamento anale, non esiste donna al mondo che accetterebbe di sottoporsi ad un trattamento del genere per stare meglio con se stessa. Tralasciando il dolore che ti fa invocare l’epidurale fin dal secondo strappo, il risultato finale è insieme inquietante e deludente: ti guardi e ti sembra di avere un cucciolo di Sharpei nelle mutande. Con l’onestà intellettuale che ti contraddistingue,  però, ammetti anche che vedere Caparezza tutte le volte che fai la doccia o la pipì non sia una scelta femminista quanto il segno tangibile che nessuno ti scopa. O che sei sposata.
Fornisci quindi precise indicazioni sugli ettari da disboscare e, ignorando le perplessità dell’estetista, ti prepari a vivere un’esperienza extracorporea.

Una volta rimasta sola in cabina, sfili il tanga di carta per rimetterti le mutande e osservi allibita il risultato delle tue direttive: al centro di un inguine liscissimo spunta, in corrispondenza dell’osso pubico, la coda di un Mini Pony. Un unico, fluente ciuffo fa bella mostra di sé, ammiccante e sbarazzino come un tirabaci anni ’20. Ora ti spieghi l’espressione sconcertata intravista dietro la visiera dell’estetista, mentre tu le spiegavi minuziosamente dove estirpare e dove no, senza tenere conto della lunghezza di ciò che sarebbe rimasto.
Ti dici che c’è stato chi, esibendo una sola ciocca arrotolata più volte attorno al cranio, è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, ma questo non basta a consolarti e, appena arrivi a casa, ti abbassi le mutande per decidere il da farsi. Se Caparezza era indecoroso, il look da bambino tedesco in vacanza in Riviera negli anni ’80 è grottesco. Non hai alternative: inforchi un paio di forbicine da unghie e un pettine per sollevare i peli ed evitare di reciderti accidentalmente il clitoride, sperando, in un impeto di ottimismo, che possa ancora servirti.
Dopo il taglio, controlli il risultato allo specchio.
Heil, Hitler!

La somiglianza con il Fürer si rivela, tuttavia, un problema secondario: appena ti rivesti, un pizzicore furibondo ti aggredisce come uno sciame di pulci di mare idrofobe. Quella zazzerina ispida punge senza pietà. Se la coda del Mini Pony avrebbe rischiato di scatenare l’ilarità di un eventuale partner, o di soffocarlo in caso di cunnilingus, ciò che ne rimane rischierebbe di ridurlo come uno che è stato assalito al volto da un soriano posseduto dal demonio. Capisci che ti servirebbe qualcosa di simile ad un balsamo per capelli, e per un istante valuti di buttarti addosso una cazzuolata del Kérastase seppellito sul fondo di un cassetto da quando, con risultati decisamente meno nefasti, hai tagliato i capelli. Ricordi di aver sentito parlare di prodotti ad hoc per ammorbidire i peli della barba e, mentre ti sfreghi contro qualsiasi superficie ti capiti a tiro tipo Balù nel Libro della giungla, ti rivolgi all’unico che ti aiuterà senza giudicare: Google.
Dopo molte ricerche, ti imbatti in un’intervista ad Emma Watson che magnifica le proprietà miracolose di un olio specifico per i peli pubici dal nome enigmatico ed evocativo: Fur Oil. Il fatto che a parlarne sia proprio la Watson, zitella da così tanto che ha trovato il tempo di coniare per sé la definizione di self-partnered (declinazione sentimentale del dichiararsi imprenditore presso se stesso su Facebook), non depone a favore del Fur Oil, e sospetti che, a dispetto del prezzo (quaranta euro comprese le spese di spedizione), puzzi di colatura di alici. Invece, in un paio di click scopri che anche Emma Watson qualche mese fa si è fidanzata, dunque forse il Fur Oil non è così sgradevole. Oppure ha trovato uno che va matto per la colatura di alici.

(continua)

A proposito di ghosting. Dopo esserti sorbita i Cahiers de Doléances del Maschio Moderno volumi I, II, III e IV, sarebbe ingeneroso da parte tua non dare ascolto anche alla controparte femminile, dalla quale ti farai però brutalizzare soltanto al telefono o in videochiamata, poiché ti sei data poche regole, ma chiare: correrai il rischio di ammalarti solo se in palio c’è una potenziale scopata.
Nelle cronache della vita sentimentale delle tue amiche, la psicopatologia assume tinte tra il gotico e il grottesco in perfetto stile McGrath, che gettano una nuova luce sul sorriso beato e sereno che hai intravisto talvolta sotto i baffi di certe suore votate alla castità.
Quelle (ancora) fidanzate o sposate ti parlano da un Purgatorio popolato di suocere mefistofeliche, cognate borderline, e rubriche del congiunto zeppe di nomi di compagni di calcetto la cui esistenza sarebbe più difficile da dimostrare di quella di Dio. Peraltro, alla luce delle recenti restrizioni in materia di sport da contatto praticati a livello amatoriale, immagini che in breve, nelle suddette rubriche, tutti i “Valerio Calcetto” saranno prontamente sostituiti da altrettanti “Valerio Fantacalcio”.
Da coloro che si trovano ad essere single di ritorno da più tempo di te, giungono resoconti piuttosto allarmanti, per la gran parte accomunati dal verificarsi di un fenomeno paranormale che, certo, esisteva anche dieci anni fa, ma ora pare diventato di tendenza: il ghosting, appunto.
All’inizio tutto sembra procedere secondo i piani: lui infligge alla malcapitata le lagne di cui sopra; lei finge di ascoltare (a volte qualcuna ascolta davvero, comunque); le uscite si susseguono, intervallate magari da messaggini affettuosi; nei casi più clamorosi, la colonna sonora è un crescendo rossiniano di promesse e progetti; lei, legittimamente, pensa di aver conficcato la fiocina nel fianco del dentice, ed è allora che succede: lui scompare. Eccezionalmente, la smaterializzazione è preceduta dal Sim Sala Bim del Mago Silvan: un messaggio distaccato, fintamente cordiale, che però non lascia spazio a repliche. Ma il più delle volte il tutto avviene senza una parola. Semplicemente, un attimo prima i due stavano scegliendo un set di cuscini all’Ikea, un attimo dopo lui si volatilizza come Batman ogni volta che il commissario Gordon distoglie lo sguardo. Questi racconti sono talmente copiosi che, una volta esauritasi la vena delle saghe familiari, il ghosting potrebbe assurgere a nuovo filone letterario. Probabilmente se Alberto Castagna fosse ancora vivo, oggi condurrebbe Chi l’ha visto?.

Non trovi incomprensibile che un maschio sano di mente decida di fuggire a gambe levate di fronte ad alcune ragazze che conosci: la liturgia del Perché io valgo ha privato molte di loro della benché minima capacità di fare un’onesta autoanalisi e di comprendere, al termine dell’autoanalisi medesima, di essere delle insopportabili rompicoglioni.
Ciò che reputi inaccettabile è che il maschio sano di mente in questione se la batta così, alla chetichella, senza disturbarsi a fornire uno straccio di scusa. Non foss’altro per rispetto della fatica che è costata alla donna quell’impresa titanica che è, oggi, ottenere un appuntamento.
Contrariamente a quanto si pensi infatti, nel 2020 sono gli uomini single le prede da attirare fuori dalla loro tana. Se ne stanno preferibilmente tra di loro, come pazienti psichiatrici raccolti in gruppi di auto-aiuto. Si telefonano e si mandano messaggi con la stessa frequenza di ragazzine del ginnasio. Hanno un codice linguistico del tutto impenetrabile per chi non appartenga alla cerchia degli eletti. Vanno a cena e in vacanza solo tra di loro. Si dedicano esclusivamente ad attività scacciafiga quali il padel, il paintball, il Fantacalcio (che, a differenza del calcetto degli uomini fidanzati e sposati, praticano sul serio e con grande pathos). Salvo rare eccezioni, guardano con sospetto qualsiasi esemplare femmina che, spinto dalla fisiologica necessità di accoppiarsi o sostituire una lampadina, tenti un approccio, e, qualora un membro del branco dovesse finire tra le grinfie della maliarda, verrà trattato come un traditore e un paria, finché la provvidenziale rottura non ripristinerà l’equilibrio.
Conservi il vago ricordo del tempo in cui i ragazzi avevano ancora sufficienti riserve di testosterone in corpo da scattare sull’attenti non appena una ragazza nel raggio di un pieno di benzina lanciasse un timido segnale di disponibilità. A dispetto di ciò che senti raccontare, sei ancora dell’idea che gli uomini siano dei simbolici Big Jim: schiacci il tasto ed esce lo sfacimm’, mentre oggi, a quanto pare, tutte le strade li portano ad altre campagne. Quando ti abbandoni a queste nostalgiche considerazioni sulla decadenza del cantautorato italiano, la tua psicoterapeuta sente il bisogno di rammentarti che “i maschi non sono tori da monta”, come invece tu sembri supporre. Eppure, insisti, l’ultima volta che hai controllato, era così: i ragazzi erano effettivamente tori da monta, con un solo ed unico oggetto del desiderio. Poi, cos’è capitato? Come mai oggi gli uomini sono diventati le nuove donne? Ti torna in mente un articolo che parlava di merendine farcite di ormoni, ma non riesci a ricordare se l’effetto di questi ormoni fosse quello di far crescere le tette alle bambine o ai bambini. Del resto, il fatto che tu abbia individuato la Girella Motta come la principale responsabile della débacle del maschio la dice lunga sul tempo trascorso dalla tua ultima Toro-Da-Monta-Experience. Quelle serate in discoteca in cui bastava un niente, un ammiccamento e mezzo centimetro di gonna in meno, e ti ritrovavi la lingua di un perfetto sconosciuto avviluppata all’ugola, ora ti sembrano scene da pittura rupestre.
Vieni persino attraversata da un dubbio lancinante: e se quelli che dicono di andare a giocare a calcetto, andassero veramente a giocare a calcetto? L’ultimo baluardo delle tue inossidabili convinzioni ti si sbriciola sotto gli occhi.
Sforzandoti di rimuovere per un momento dall’orizzonte una pandemia mondiale che ti renderebbe impossibile verificare sul campo i tuoi timori, esamini le circostanze o categorie all’interno delle quali sarebbe ancora possibile procacciarsi del sesso, ma: non frequenti le palestre, non sei una specializzanda del Seattle Grace Hospital, non sei abbastanza fotogenica per darti al porno ed è troppo tardi per cercare di entrare negli scout. In pratica, non scoperai mai più. Ti ripeti di non precipitare le cose come tuo solito, ma per quanto cerchi di mantenere la calma, riesci a vedere davanti a te solo un futuro di bidet fatti con l’antiruggine. Ormai sull’orlo di una crisi isterica, lanci occhiate ostili alla tua libreria domandandoti a quante scopate perse corrisponde il monte ore che hai passato a leggere negli ultimi vent’anni, e quando includi nel computo le statisticamente possibili eiaculazioni precoci, la cifra che salta fuori è da capogiro! Mentre perdevi diottrie su diottrie, le riserve mondiali di testosterone andavano prosciugandosi e tu non ti sei accorta dei segni che annunciavano l’Apocalisse, come l’avvento dei metrosexual (capostipite, in tempi non sospetti, l’immarcescibile David Beckham) e il coming out di Ricky Martin.
No, non è possibile, ti dici, e continui a spremerti le meningi finché non individui l’unico tipo umano ancora interessato alla passera: il bagnino romagnolo. Certo, ci vorranno mesi prima che tu possa sincerartene, e non è detto che arriverai all’estate senza essere internata. Ma se c’è una speranza, una remota speranza di scopare, è annidata in una microscopica palafitta bianca in cima ad una scaletta di legno con vista sul bagnasciuga. Il bagnino romagnolo è probabilmente l’ultimo depositario della fregola, l’ultimo paladino della patacca, l’ultima incarnazione del maschio italico: il bagnino romagnolo è il cavaliere crociato che da settecento anni custodisce il Graal nella cripta del tempio di Alessandretta, e tu sei Indiana Jones.

(continua)

Ti imbatti in un articolo che parla di come, dopo l’isolamento imposto nei primi mesi della pandemia, molti single (di ritorno o no) vengano colti dalla cosiddetta sindrome della “seconda verginità”, e ormai sei talmente sensibile all’argomento, che ti basta leggere le parole seconda verginità per arraparti.
Comunque. Secondo la psichiatra intervistata, riprendere l’attività sessuale dopo un lungo periodo di astinenza, vissuto per di più in condizioni particolari come quelle del lockdown, potrebbe presentare alcune analogie con la perdita della verginità avvenuta in fase adolescenziale. Al primo giro, avevi le guance tempestate di brufoli. Vuoi vedere che questa volta mi crescono le tette? pensi. Poi però, leggendo con attenzione l’articolo, ti pare di capire che questa sindrome della seconda verginità sia molto meno intrigante di quanto pensassi: si porta dietro più che altro altissimi livelli d’incertezza sulle proprie abilità e sull’affidabilità del partner. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Ma se l’insicurezza a quindici anni faceva parte del pacchetto, come l’insana passione per i jeans a vita bassa e la mobilità articolare di Beyoncé, a trentacinque è a dir poco grottesca. Quell’articolo ti instilla il dubbio di non essere più capace. Eppure, e questa è la seconda analogia con gli anni dell’adolescenza, senti che se non lo fai subito, probabilmente esploderai. Già, ma con chi?
Poiché il numero di contagi non accenna a calare, la dottoressa sconsiglia incontri al buio, a favore invece di provvidenziali ripescaggi. Trascorrerai quindi il pomeriggio a ripercorrere l’elenco delle tue frequentazioni passate decidendo che, tutto sommato, preferisci correre il rischio e andare verso l’ignoto.

Flash-molto-back

Marco: virile come la voce di Mario Giordano, un giorno per movimentare quel mortorio gli proponi di guardare insieme un video porno, confidando molto, forse troppo, negli incoraggianti risultati degli ultimi esperimenti sui neuroni-specchio. Comprendi le proporzioni della tua abissale ingenuità quando, al primo fotogramma, Marco si lascia andare a commenti sdegnati sull’arredamento dozzinale della camera che funge da set. Scegli un altro video, ma questa volta ad attirare la sua attenzione sono i calzini bianchi del protagonista. Effettivamente non te la senti di dargli torto, ma più che Marlon Brando e Maria Schneider iniziate a somigliare ad Enzo Miccio e Carla Gozzi. Opti allora per un video senza intro, di quelli che quando clicchi play per un paio di secondi ti sembra di guardare la colonscopia di tuo zio. Tutto bene finché non si allarga (anche) l’inquadratura, e a quel punto Marco si lancia in una disamina sullo squallore delle lampade al neon e sul modernariato che ha fatto più danni del nazismo. Dopo poco smettete di vedervi, non foss’altro perché non sopporti chi parla durante un film.

Filippo: affetto da un complesso di Edipo allo stadio terminale, per compensare gli effetti che ha su di te questa gravissima patologia (uno su tutti, una secchezza vaginale pressoché invalidante) si produce in sforzi ammirevoli per mostrarsi quanto mai disinibito a letto, al punto che arriva a proporti una cosa a tre. Ma sua madre non è il tuo tipo e declini l’invito. Considerato che hai smesso di masturbarti pensando a Michael Fassbender da quando hai scoperto che si faceva accompagnare in giro per Festival e premiazioni dalla mamma, è chiaro che il destino di Filippo è segnato. Il fatto è che, in Italia, il complesso di Edipo è endemico come la mafia, e sai che non ti sarà facile trovare un soggetto sano.

Tommaso: fissato con il sesso tantrico, che poi è solo una trovata esotica per giustificare la sua difficoltà a raggiungere l’orgasmo. Da tempo sei giunta alla conclusione che un rapporto sessuale la cui durata vada oltre i venti minuti è come la democrazia: non troverai nessuno che ne parli male, sulla carta sembra una buona idea, ma poi quando ti ci ritrovi dentro si rivela una gran fregatura. Tralasciando le quantità industriali di lubrificante necessarie a scongiurare il pericolo di lesioni interne in aree già sensibilizzate dalla relazione con Filippo, questi inutili sfoggi di esibizionismo ti annoiano a morte: se volessi vedere delle palle rimbalzare avanti e indietro per ore, te ne rimarresti a casa a guardare i Roland Garros.

Riccardo: superdotato ai limiti della malformazione, quando si spoglia ti domandi se nascosto dietro quell’enorme pene ci sia ancora il suo legittimo proprietario. Non per niente, nella tua cerchia si è meritato l’affettuoso soprannome di Fausto Leali, nel senso di negro bianco. Purtroppo però, per uno scherzo del destino cinico e baro, viene fuori che Riccardo è un patito del cunnilingus, che somministra alle sue partner con grande perizia ed impegno, e poi le congeda. Che soffra d’invidia del suo stesso pene? ti chiedi mentre, sconcertata, raccatti le tue cose. A vedere tutta quella carne andare sprecata, vorresti chiedergli di lasciarti portare a casa almeno la doggy bag, ma ti trattieni. Fai altri tentativi, e ogni volta è la stessa storia. Ancora dopo anni ti svegli nel cuore della notte domandandoti come mai, a fronte di legioni di volenterosi ipodotati, proprio lui, la cui deformità gli varrebbe il privilegio di parcheggiare sulle strisce gialle, preferisca dedicarsi esclusivamente al sesso orale. Come se Bud Spencer si fosse messo in testa di fare il fantino.

Matteo: passivo-aggressivo, usa il sesso come valvola di sfogo e riesce ad eccitarsi soltanto con il dirty talking. Non c’è rimedio: appena smettete d’infamarvi, lui perde l’erezione. Non hai nulla contro parolacce e linguaggio offensivo della morale e del pudore, e anzi, all’inizio questa variazione sul tema non ti dispiace. È tutta la vita che tu e gli uomini vi prendete a male parole: se non altro ora ci guadagni un orgasmo. Soltanto dopo qualche match, questo esercizio dialettico comincia a presentare le prime pecche: se pensavi che fischiare con in bocca della mollica di pane richiedesse una certa abilità, scopri che è nulla in confronto a cercare di scandire un VAFFANCULO STRONZO mentre pratichi una fellatio. Mollare Matteo non sarà per niente facile: più lo mandi a quel paese, più gli fai venire voglia di scopare.

Tutto questo accadeva molto tempo fa. Prima della pandemia, della tua relazione decennale, del tuo letargo e del recente risveglio. Ti auguri che, mentre eri altrove, il mondo sia cambiato. E infatti. Ti capita d’incontrare gli stessi Filippo, Matteo e Tommaso, ma divorziati e con almeno un figlio a carico. Maschi sulla soglia dei quaranta, appena riemersi dalla fossa della loro ultima relazione che, scrollandosi di dosso la terra e i vermi, incespicano di nuovo tra aperitivi e serate, per quanto possibile durante una pandemia, guardandosi attorno increduli e intontiti. Pensavi che, una volta single, la tua vita sarebbe somigliata ad un episodio di Sex and the city, e invece scopri che è la prima stagione di The Walking Dead. Ecco perché, forse, hai la netta sensazione che ti stiano divorando il cervello un emisfero alla volta, mentre ascolti per ore ed ore il resoconto dettagliato dei loro rovinosi naufragi sentimentali. Inizia tutto con il nome della ex, buttato lì un po’ a casaccio a metà di una frase sui vantaggi dello smart working. Segue un rapido accenno alla rottura, liquidato con un frettoloso e pudico “Ma non mi va di parlarne”. Questa frase è lo scricchiolio che annuncia la frana del disastro del Vajont. Vieni travolta da un’ondata di logorrea che ti trova del tutto impreparata, dal momento che sei cresciuta ascoltando le lamentele delle donne più mature di te su quanto sia difficile cavare di bocca ad un uomo più di quattro parole in una sera. E invece eccoti qui, con la minigonna inguinale che avevi sfoggiato per il “provvidenziale ripescaggio” (fedele alla vulgata secondo la quale se esci in minigonna, volente o nolente scoperai), a sbadigliare saporitamente sotto la mascherina, primo e unico lato positivo che ti riesce di trovare a questa maledetta pandemia.
Tu, della fine della tua storia, non parli con nessuno. In parte perché ti sembra che non ci sia granché da dire. Ma di certo mai e poi mai ti verrebbe in mente di farne cenno durante un aperitivo galante. Figurarsi poi tenere sul tema un monologo della durata di una performance di Marina Abramović.
Ti sei sempre vantata di non sapere cosa sia la noia: dopo un paio di uscite così, potresti aggiornare la voce sulla Treccani. Mentre annuisci, simulando un minimo sindacale d’interesse alle faccenduole del tuo aguzzino, ti riaffiorano alla memoria ricordi della tua vita precedente di cene a coppie con donne incinte, durante le quali queste ultime cadevano a più riprese addormentate. Non per dire: socchiudevano gli occhi, posavano il mento sul pugno e si appisolavano. E nessuno osava indignarsi per una così palese mancanza di educazione. Aggiungi quindi un altro punto al già lungo elenco di ingiusti privilegi riservati alle future madri, tra i quali l’ingrassare impunemente, il saltare le file e il posto a sedere ovunque: il diritto di schiacciare un pisolino nel bel mezzo di una conversazione noiosa, senza che la cosa desti alcun imbarazzo o fastidio nei presenti. Purtroppo per te, addormentarsi mentre qualcuno ti fornisce tutti i dettagli dei suoi brucianti fallimenti amorosi è ancora segno di malacreanza: dovrai aspettare che diventi una pratica socialmente accettabile, come il cappellino a tavola o il ghosting.

(continua)

Quando hai vent’anni e la relazione che stai vivendo s’interrompe, ritorni single.
Quando hai trentacinque anni e la relazione che stai vivendo s’interrompe, sei una single di ritorno.
E non è assolutamente la stessa cosa. Soprattutto durante una pandemia.

Flashback

Se sei in coppia da tempo, e hai superato i trent’anni d’età, è fatale che usciate spesso con altre coppie. Il che, alla lunga, si rivela estremamente noioso. Quasi nessuno desidera condividere i propri scheletri nell’armadio, men che meno se si tratta di un armadio matrimoniale, dunque sei costretta a dissimulare la copiosa epistassi che ti colpisce nel corso di conversazioni interminabili che ruotano principalmente attorno alle gioie della vita a due. Nessuna coppia ti racconterà quante volte fa sesso (davvero), i reciproci tradimenti, il fastidio per la famiglia dell’altro, le tentazioni in ufficio, le liti per questioni di soldi. Insomma: tutto ciò che potrebbe salvarti dal coma, è tabù. Nella migliore delle ipotesi verrai a conoscenza di questi retroscena solo se riguardano gli assenti, giacché è noto che l’argomento preferito delle coppie prive di argomenti sono le altre coppie e le loro magagne.
Di tanto in tanto qualcuno ancora si sposa, e dal momento dell’annuncio fino al giorno stabilito non si parla d’altro. Il peggio è che tra i due eventi possono passare mesi, a volte persino più di un anno, e tu non sopporteresti di sentir parlare per un anno intero dei preparativi di un matrimonio nemmeno se il matrimonio fosse il tuo. Era dai tempi del corso monografico su Boccaccio all’Università che non sentivi parlare di un unico argomento per un anno intero, e comunque allora ti sottoponevi al martirio per una buona causa (andare a letto con l’assistente del professore).  Così, mentre i futuri sposi per cinquantadue venerdì vi somministrano la dose settimanale di dettagli non richiesti e aneddoti che credono inediti e spassosissimi pur essendo solo la messa in scena di triti e patetici stereotipi da sitcom di quarta categoria, ti domandi di cosa parleranno quando sono soli, e di cosa si parlerà, a cena, dopo che si saranno sposati.
Il tempo passa, e lo scenario attorno a te muta, quasi impercettibilmente, ma quando te ne accorgi è troppo tardi. Mentre prenotavi un week end in Toscana o facevi shopping compulsivo su Yoox, le stesse coppie, noiose, certo, ma innocue, si sono trasformate in novelli seguaci di Richard Manson: il loro unico scopo è irretire le vostre menti per far sì che anche voi entriate a far parte della Family.
Chi finalmente si è sposato, o almeno convive, tenta in tutti i modi di convincere anche voi a fare il grande passo, ma la sgradevole eco delle loro voci instilla in te il sospetto che stiano parlando dal fondo di un baratro.
Chi ha figli pensa che decantare le proprietà organolettiche delle feci di un neonato nel periodo dello svezzamento, per una qualche oscura ragione, disseppellirà il tuo istinto materno, mentre tu ti domandi con terrore se ieri sera ti sei ricordata di prendere la pillola.

Un giorno ti risvegli: capisci che, se imborghesirsi è riposante per i primi tempi e ti tiene lontana dalle malattie veneree e altri inconvenienti, da un po’ parli di te con la stessa rassegnazione e indulgenza che useresti per descrivere la pigrizia e la tendenza alla pinguedine di un gatto castrato, e questo non va bene.
Capisci che tutte le volte che ti sei trovata a cena con delle coppie di suoi amici ti sei sentita un’adolescente a tavola con degli adulti.
Capisci che sposarti, convivere e fare dei figli non è quello che vuoi, o forse non è quello che vuoi adesso, e di sicuro non è quello che vuoi con lui.
La rottura in sé, per quanto non indolore, non è cruenta: preceduta da una lunghissima incubazione, si tratta di una separazione consensuale e si svolge in maniera sorprendentemente civile.

Ritorno al presente

Ed ecco che ti trovi nel mezzo del cammin della tua vita, single di ritorno, come si diceva, nella casa che hai comprato per te sola, con un nuovo taglio di capelli da sfoggiare come da cliché, e una voglia di scopare che, parafrasando Guccini, fa luce.
Come se non bastasse, nel caso in cui ti fosse sfuggito mentre arrancavi verso il capolinea della tua relazione, nel mondo si diffondeva una pandemia che, se in un primo momento ti ha garantito l’isolamento necessario per riflettere sui tuoi guai e prendere una decisione, ora inizia a starti stretta. In effetti, poiché le cose tra voi non andavano da tempo, soffri per la mancanza di contatto fisico da molto prima che i termini droplet, superdiffusori e polmonite interstiziale diventassero trending topic su Google. Prima di giungere al suddetto capolinea, infatti, la tua relazione ha attraversato brumosi e desolati paesini fermando in tutte le stazioni che congiungono Abbrutimento e Insofferenza, fino al Cimitero della Libido. Insomma, anche se l’ultima scopata risale ad appena un’era geologica fa, a te sembra molto di più, e in ogni caso non ne conservi un buon ricordo. Non che tu muoia dalla voglia di ripensare a quell’evento specifico, comunque.

Tornando alla pandemia. Hai sempre avuto un approccio piuttosto hitleriano alla malattia, specialmente se contagiosa: i soggetti colpiti andavano sistematicamente isolati, quando non eliminati. Hai condotto personalmente crociate contro la sconsiderata frequentazione di cinema, teatri e qualsiasi luogo chiuso da novembre a marzo. Hai stigmatizzato pubblicamente chi prendesse parte ad una cena nonostante i primi sintomi di un banale raffreddore. Sei stata una pioniera del distanziamento sociale e del lavaggio ossessivo delle mani anche quando le mani non se le lavava nessuno, e avevi sempre in borsa una bottiglietta di Amuchina quando ancora costava meno della bamba. Forse per questo, allo scoppio della pandemia, si è verificato un effetto paradosso e, mentre tutti attorno a te davano segni di cedimento, tu hai conservato un’invidiabile stabilità mentale e pace interiore. Se ti fossi lasciata contagiare dalla febbre dello striscione appeso fuori dalla finestra, sul tuo non avresti scritto ANDRÀ TUTTO BENE, ma VE L’AVEVO DETTO.
Durante i mesi di chiusura, esentata non solo dall’andare al lavoro, ma anche dall’assolvere qualsiasi obbligo sociale compresa la doccia quotidiana, hai trascorso le giornate ad osservare le ultime fasi dell’inarrestabile declino del vostro rapporto, iniziato a dire il vero molto tempo prima. Tanto che, a chi con un sorrisetto saccente ti dice che anche voi siete rimasti vittime della convivenza in tempo di lockdown, rispondi piccata che non si è trattato di rottura per Coronavirus, ma di rottura con Coronavirus.

Un giorno quell’estenuante versione di Week end con il morto che era diventata la vostra relazione è arrivata ai titoli di coda, e tu ti sei ritrovata a piede libero e divorata da una fame insaziabile. In pratica, come il virus. Single per la prima volta dopo dieci anni, infatti, vieni catapultata in un mondo avvolto dalla lugubre cappa di una pandemia che non accenna ad allentare la presa: la seconda beffa più crudele della Storia dopo l’omosessualità di Rupert Everett.
Come si è detto, odi le malattie. Più precisamente, tu e la tua psicoterapeuta siete giunte alla conclusione che ammalarsi rappresenta per te una ferita narcisistica gravissima, che mina le altrimenti solide basi di quel delirio di onnipotenza che fin dalla prima infanzia si dà il cambio, al timone della tua vita, con la mancanza di autostima. Ritieni che comportamenti virtuosi e maniacali ti preserveranno da ogni male, e quando ciò non accade il fallimento brucia più della febbre. Non ammalarti è un punto d’onore, e una pandemia non fa altro che alzare l’asticella. Venire contagiata ti risulterebbe intollerabile.

Da qualche tempo però, come si è detto, presenti tutti i sintomi di una crisi d’astinenza da contatto fisico, nello specifico con maschi etero fisicamente prestanti. Non ti eri mai accorta di quanto sesso si trovi nei libri, nei film, nelle serie tv, nelle pubblicità, nei volantini del Carrefour: ovunque sfregamenti, sfioramenti, sguardi languidi, nasi affondati nei colli, dita tra i capelli. Tutto un ansimare, un gemere, un sospirare. O forse eri tu, prima, ad essere anestetizzata e insensibile a questo bombardamento continuo, mentre ora hai la fregola di Lucia Mondella che si eccita come un macaco alla sola idea di stare un minuto in un corridoio buio con quel burino di Renzo. Se prima potevi sfogliare La filosofia nel boudoir come fosse il catalogo dell’Esselunga, ora non riesci a tenere in mano L’educazione sentimentale senza avvampare.

(continua)