L’altro (Ten Inny) di Ryszard Kapuściński
Universale Economica Feltrinelli – Saggi, 2007

da “Le Conferenze viennesi”, 2004

“Parlando di viaggio, non ci riferiamo certo all’avventura turistica. Per la mentalità del reporter il  viaggio significa sfida e sforzo, capacità e sacrificio, un compito arduo, un ambizioso progetto da portare a termine. Viaggiando sentiamo che sta accadendo qualcosa di importante, che partecipiamo a un evento di cui siamo nello stesso tempo testimoni e creatori, che adempiamo a un dovere, che siamo responsabili di qualcosa.

Tanto per cominciare, siamo responsabili della strada che percorriamo. Spesso sappiamo perfettamente che la percorreremo quell’unica volta, che non ci torneremo mai più, e quindi che non abbiamo il diritto di trascurarne o perderne il minimo dettaglio. Dettagli di cui renderemo conto, su cui scriveremo relazioni o racconti e che riepilogheremo nel nostro esame di coscienza. Per questo viaggiamo concentrati e con l’orecchio sempre in ascolto. La strada che si percorre è importante, poichè ogni passo ci avvicina all’incontro con l’altro. E’ per questo che ci siamo messi in viaggio. Quale altro motivo avrebbe potuto indurci ad affrontare fatiche, rischi, scomodità e pericoli?

Non è solo il viaggio intrapreso volontariamente, il viaggio come forma di vita, a essere una rarità. Anche una forte curiosità per il mondo è un fenomeno raro. Alla maggior parte delle persone esso interessa ben poco. La storia conosce intere civiltà che non hanno mostrato il minimo interesse per il mondo esterno. L’Africa non ha mai costruito una nave per navigare e scoprire che cosa ci fosse oltre i mari che la circondavano. I suoi abitanti non hanno tentato di arrivare neanche alla pur vicina Europa. La civiltà cinese ha fatto anche di più isolandosi addirittura dal resto del mondo per mezzo di un’alta muraglia. (Anche se gli imperi dotati di armate a cavallo, come i persiani, gli arabi e i mongoli, si sono comportati diversamente, il loro scopo non era quello di conoscere il mondo, ma di conquistarlo con le armi e assoggettarlo. Comunque le fasi di slancio e di pressione erano relativamente brevi, dopodichè gli imperi crollavano, sepolti per sempre sotto la sabbia.)

In questo corteo di civiltà l’Europa costituisce un’eccezione. E’ l’unica, a partire dall’antica Grecia, a manifestare una curiosità per il mondo – nonchè il desiderio non solo di assoggettarlo e dominarlo, ma anche di conoscerlo; anzi, per quanto riguarda le sue menti migliori, soltanto quello di conoscerlo, comprenderlo e creare una comunità umana. E’ qui che avranno luogo, il tutta la loro evidenza, complessità e drammaticità, i nostri rapporti con i rimanenti abitanti del pianeta: gli altri.

Questi rapporti hanno una lunga tradizione. In letteratura essa inizia con le grandi Storie di Erodoto. Lo storico greco, vissuto duemilacinquecento anni fa, ci mostra che già allora il mondo a lui accessibile era popolato da numerose società progredite e mature, provviste di una cultura ben sviluppata e di un forte senso di identità: in una parola, che il primo europeo, ossia il greco, pur bollando come non greco (barbaros) chiunque non parlasse la sua lingua, si rendeva conto che questo altro era comunque qualcuno. Erodoto parla degli altri senza disprezzo e né odio; cerca di conoscerli, di capirli e spesso dimostra addirittura come per molti aspetti essi superino gli stessi greci.

Erodoto conosce la natura sedentaria dell’uomo e sa che per entrare in contatto con gli altri bisogna mettersi in cammino, giungere fino a loro e manifestare il desiderio di incontrarli; per questo viaggia in continuazione, visita egizi e sciiti, persiani e lidi, ricordando sia quello che viene a sapere da loro sia quello che vede con i propri occhi. In una parola, vuole conoscere gli altri: gli altri sono lo specchio nel quale ci vediamo riflessi. Sa che per capire meglio sé stessi bisogna conoscere gli altri, confrontarsi e misurarsi con essi. Lui, cittadino del mondo, è contrario all’isolarsi dagli altri e al chiudere loro la porta. La xenofobia, sembra dire Erodoto, è la malattia di gente spaventata, afflitta da complessi di inferiorità e dal timore di vedersi riflessa nello specchio della cultura altrui.”

[…]

“La fine del medioevo europeo e l’inizio dell’era moderna, al grande spedizione dell’Europa alla conquista del mondo, l’assoggettamento dell’altro e la rapina dei suoi beni hanno scritto pagine di sangue e crudeltà nella storia del nostro pianeta. La portata delle pratiche genocide di quell’epoca, durata oltre tre secoli, verrà superata solo nel XX secolo dalle macabre fattezze dell’Olocausto. Per gli europei che in quei tempi muovono alla conquista del pianeta, l’altro si configura come un selvaggio nudo, cannibale e pagano che per l’europeo – bianco e cristiano – è un sacro diritto e dovere sottomettere e calpestare. Una delle cause di inaudita brutalità e crudeltà che caratterizzavano i bianchi non era soltanto l’avidità di oro e di schiavi che che divorava le menti e accecava le élite europee, ma anche il livello morale e culturale incredibilmente basso di coloro che venivano mandati per il mondo in avanscoperta degli altri. Le ciurme delle navi si componevano per buona parte di malfattori, di criminali e di notori banditi, o nel migliore dei casi, di vagabondi, di senzatetto e di falliti. Difficile, infatti, convincere una persona normale a partire per un viaggio-avventura spesso destinato a finire con la morte.

Il l fatto che per secoli l’Europa abbia spedito a incontrare l’altro (e soprattutto a incontrarlo per la prima volta) i suoi rappresentanti più abietti stenderà un’ombra sinistra sui nostri rapporti con gli altri, formerà le nostre opinioni correnti su di essi, consoliderà nelle nostre menti stereotipi, preconcetti e fobie che, sotto questa o quella forma, continuano ancora a sussistere. E’ una constatazione che faccio ogni volta che sento persone, apparentemente sensate, sostenere che per l’Africa non esiste altra via d’uscita se non una nuova colonizzazione.

Conquistare, colonizzare, dominare, assoggettare: è questo l’impulso nei confronti degli altri che da sempre si ripete nella storia del mondo. Dovranno passare molte migliaia di anni prima che alla mente umana si affacci il sospetto di una possibile uguaglianza tra noi e l’altro.

Parlando degli altri e delle nostre relazioni con essi mi riferisco solo ai rapporti interculturali e interraziali, in quanto si tratta della sfera con cui più spesso mi sono trovato in contatto. Osservando la cosa da un punto di vista storico, si vede come, dopo tre secoli di brutale e implacabile espansione delle corti e del capitale europeo (e non mi riferisco solo alla conquista di popolazioni al di là del mare, ma anche di popolazioni e territori al di là del mare, ma anche ad azioni territoriali quali ad esempio lo sterminio delle popolazioni siberiane a opera dei russi), nel XVIII secolo si verifica un graduale (ma solo parziale, seppure importante) mutamento d’atmosfera e di rapporti nei confronti di quell’altro e di quegli altri che di solito costituiscono le società extraeuropee.

E’ l’era dell’Illuminismo, dell’umanesimo, della rivoluzionaria scoperta che il non-bianco, il non-cristiano e il selvaggio, questo altro mostruoso e così diverso da noi, é anche esso un uomo.”

da “Il mio altro”, 1990

“…vorrei tratteggiare – in modo per forza di cose sintetico – non un ritratto astratto e generico dell’altro, ma l’immagine del mio altro, dell’altro che ho incontrato nei villaggi indi della Bolivia, tra i nomadi del Sahara, tra le folle che nelle strade di Teheran piangevano la morte di Khomeini. Qual’è la loro visione del mondo? In che modo vedono gli altri? In che modo, ad esempio, vedono me? Perchè se è vero che per me loro sono gli altri, è altrettanto vero che per loro l’altro sono io.

La prima cosa che salta agli occhi è la la sensibilità del mio altro al colore della pelle. Il colore sta al vertice della scala usata per classificare e valutare la gente. Possiamo trascorrere tutta la vita senza riflettere sul fatto di essere neri, gialli o bianchi fino al momento in cui non usciamo fuori dalla nostra sfera razziale. All’istante si crea una tensione, all’istante ci sentiamo altri, circondati da altri altri. Quante volte, in Uganda, sono stato toccato da bambini che poi si toccavano le dita per vedere se per caso fossero sbiancate! Questo stesso meccanismo – o addirittura impulso – di identificazione e di valutazione in base al colore della pelle agiva anche per me. Negli anni della Guerra fredda, in cui la spietata divisione ideologica tra Est e Ovest imponeva la reciproca ostilità, per non dire un reciproco odio, tra la gente al di là e al di qua della Cortina di ferro, io, corrispondente di una nazione dell’Est in mezzo alla giungla dello Zaire, mi gettavo con gioia tra le braccia di un occidentale, vale a dire di un “imperialista”  mio “nemico di classe”, per la semplice ragione che quel “bieco sfruttatore guerrafondaio” era un bianco. Occorre spiegare quanto mi vergognassi di questa mia debolezza ma, al tempo stesso, quanto fossi incapace di contrastarla?

La seconda componente della visione del mondo del mio altro è il nazionalismo. Come di recente ha giustamente osservato il professor John Lukacs, verso la fine del XX secolo il nazionalismo si è rivelato il più forte tra gli “ismi” noti all’uomo moderno. Talvolta questo nazionalismo assume un carattere paradossale, manifestandosi ad esempio in zone dell’Africa dove ancora non esistono le nazioni, ma esiste il nazionalismo (o, come sostengono alcuni sociologi, il sub-nazionalismo). Il nazionalista tratta la propria nazione o, nel caso dell’Africa, il proprio stato, come il valore supremo, e tutti gli altri come qualcosa di inferiore (e spesso degno di disprezzo). Il nazionalismo, a somiglianza del razzismo, è uno strumento di identificazione e classificazione che il mio altro applica in ogni occasione. Si tratta di uno strumento grossolano e primitivo che appiattisce e assottiglia l’immagine dell’altro. Per un nazionalista la persona dell’altro possiede una sola e unica caratteristica: l’appartenenza nazionale. (…) L’aspetto temibile del nazionalismo è il suo essere inseparabilmente associato all’odio per l’altro. Può variare la dose, ma la presenza dell’odio è assicurata.

E infine, la terza componente della visione del mondo del mio altro è la religione. La religiosità si manifesta su due piani: da un alto, su quello di una generica e non verbalizzata fede nell’esistenza e presenza di una trascendenza, di una Forza Fattrice, di un Essere Supremo, di Dio (una domanda che spesso mi sentivo rivolgere era: “ Mr. Kapuściński, do you believe in god? ”,  e ciò che rispondevo influiva in modo determinante sul seguito degli eventi). Dall’altro, su quello della religione in quanto istituzione, forza sociale e perfino politica. E’ a questo secondo caso che intendo adesso riferirmi. Il mio altro è un essere che crede profondamente nell’esistenza di un mondo ultraterreno e sovramateriale: ma questa fede è esistita da sempre. La nuova caratteristica dei tempi odierni è invece una sorta di rinascita religiosa riscontrabile in molti paesi. La religione che oggi si sviluppa con maggior dinamismo è indubbiamente l’islam. La cosa curiosa è che ovunque si verifichi questa rinascita di ardore religioso – indipendentemente dal tipo di religione -, essa ha sempre un carattere reazionario, conservatore e fondamentalista.

Questo è il mio altro. Quando il destino lo porta a sua volta a imbattersi in un altro – altro per lui – egli ne noterà soprattutto tre caratteristiche principali: la razza, la nazionalità e la religione. Mi sono sempre chiesto che cosa accomuni così strettamente questi tre dati. Contengono una forte carica emotiva: talmente forte, che di tanto in tanto il mio altro non è in grado di controllarla. E allora arriva al conflitto, allo scontro, alla carneficina, alla guerra. Il mio altro è una persona fortemente emotiva. Per questo il mondo in cui vive è una botte di polvere da sparo che rotola pericolosamente verso il fuoco.

Il mio altro non è di pelle bianca. Quale percentuale rappresenta nel mondo odierno? L’ottanta per cento.”

da “L’incontro con l’altro come la sfida del XXI secolo”, 2004

“Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo. Nel corso della storia vediamo l’uomo esitare in continuazione tra queste opzioni, scegliendo l’una o l’altra a seconda della situazione e della cultura. E’ ‘ mutevole nelle sue decisioni, non sempre si sente sicuro, non sempre sente la terra salda sotto i piedi. Quella della guerra è un’opzione difficilmente giustificabile: penso che ne escano tutti perdenti, poichè è una sconfitta dell’essere umano che rivela la sua incapacità di intendersi, di immedesimarsi nell’altro, di mostrarsi buono e intelligente. In questo caso l’incontro con l’altro si traduce sempre tragicamente nel sangue e nella morte.

Nel mondo moderno l’idea che induce l’uomo a erigere grandi muraglie e a scavare profondi fossati per mantenersi isolato dagli altri è stata definita come la dottrina dell’apartheid. Un concetto erroneamente limitato alla sola politica del regime, oggi scomparso, dei bianchi del Sudafrica. In realtà l’apartheid veniva già praticato in tempi più remoti. Semplificando, si tratta di un’ideologia secondo la quale chiunque non appartenga alla mia stessa razza, religione e cultura è libero di vivere come vuole, purché alla larga da me. La cosa, tuttavia, è meno semplice di quanto sembri. In realtà abbiamo a che fare con una dottrina proclamante la fondamentale e insanabile disuguaglianza che divide il genere umano.

I miti di molte tribù e popolazioni si basano sulla convinzione che i veri esseri umani siano soltanto loro, ossia i membri di un clan di una società: gli altri, tutti gli altri, sono subumani o addirittura non umani. Quanto diversa appare invece l’immagine dell’altro all’epoca delle fedi antropomorfiche, quelle cioè in cui gli dèi potevano assumere forma umana e comportarsi come uomini. A quei tempi non si sapeva mai se il viandante fosse un uomo o un dio celato sotto sembianze umane. Questa incertezza, questa intrinseca ambivalenza è una delle fonti della cultura dell’ospitalità che impone di accogliere con benevolenza il nuovo arrivato.

Ne parla il poeta polacco Cyprian Norwid nella sua introduzione all’Odissea, interrogandosi sulle ragioni dell’ospitalità ricevuta da Ulisse nel suo viaggio di ritorno verso Itaca.

“Alla vista di un mendicante e di un vagabondo,” osserva l’autore del Proethidion, “ci si chiede subito se per caso non si tratti di un dio. Non si accoglie l’ospite chiedendogli chi sia: prima se ne onora la divinità e solo dopo si passa alle domande umane. In cin ciò consiste appunto l’ospitalità, non per niente annoverata tra le pratiche e le virtù religiose. Tra i greci di Omero non esisteva ‘l’ultimo degli uomini’: egli è sempre primo, vale a dire divino”.

[…]

“Lévinas analizzava la relazione io-l’altro nell’ambito di un’unica società, storicamente e razzialmente unitaria. Malinowski studiava le tribu melanesiane all’epoca in cui esse conservavano il loro stato primitivo, ancora incontaminato dagli effetti della tecnologia, dell’organizzazione, e del mercato occidentali.

Oggi è sempre più raro poter condurre operazioni del genere. La cultura diventa ogni giorno più ibrida e eterogenea. Tempo fa, a Dubai, ho visto una cosa incredibile. Una ragazza, sicuramente musulmana, camminava lungo la via del mare con addosso jeans e maglietta attillati. Solo la testa era coperta da un chador nero così rigorosamente austero da non lasciare intravedere neanche gli occhi.

Oggi esistono settori della filosofia, dell’antropologia e della critica letteraria che si dedicano a un attento esame di questo processo di ibridazione, di fusione e di trasformazione culturali. E’ un processo riscontrabile soprattutto nelle regioni dove le frontiere tra gli stati delimitano anche culture diverse (per esempio la frontiera tra Messico e Stati Uniti) o in gigantesche metropoli quali San Paolo,

New York, Singapore, dove si mescolano i rappresentanti delle più svariate razze e culture. Se oggi diciamo che il mondo è diventato multietnico e multiculturale non è perchè le società e le culture siano più numerose di una volta, anzi, ma perchè parlano con voce sempre più autonoma e determinata, chiedendo di essere riconosciute e ammesse alla tavola rotonda delle nazioni.

La vera sfida del nostro tempo – l’incontro con il nuovo altro, altro per razza e per cultura – nasce anche da un più ampio contesto storico. In particolare, la seconda metà del XX secolo è un periodo in cui due terzi della popolazione mondiale si liberano dalla dipendenza coloniale diventando cittadini di stati almeno nominalmente indipendenti. Un po’ per volta questa gente comincia a riscoprire il proprio passato, i propri miti, le proprie radici, la propria storia, il senso della propria identità nonchè, evidentemente, l’orgoglio che ne deriva. Comincia a sentirsi sè stessa, a sentirsi padrona del proprio destino e a guardare con odio tutti i tentativi di trattarla come un oggetto di dominazione.

Il nostro pianeta, popolato per secoli da un ristretto gruppo di gente libera e da molteplici strati di gente sottomessa, oggi è abitato da un numero sempre crescente di nazioni e società sempre più convinte dell’importanza del proprio valore individuale.

E’ un processo che spesso si attua tra grandi difficoltà, grandi drammi e conflitti. Può darsi che ci stiamo inoltrando in un mondo così completamente nuovo e diverso che le esperienze storiche in nostro possesso non siano sufficienti a comprenderlo e a muovercisi.

Comunque sia, il mondo in cui stiamo entrando è il Pianeta della Grande Occasione. Un’occasione non incondizionata, ma alla portata solo di coloro che prendono il proprio compito sul serio, dimostrando automaticamente di prendere sul serio sè stessi. Un mondo che se, da un lato, offre molto, dall’altro chiede anche molto e dove cercare facili scorciatoie significa spesso non arrivare da nessuna parte.

Vi incontreremo continuamente il nuovo altro, lentamente emergente dal caos e dalla confusione del mondo contemporaneo. Può darsi che questo altro scaturisca dall’incontro tra le due opposte correnti che formano la cultura del mondo moderno: la corrente che globalizza la nostra realtà e quella che conserva le nostre diversità, la nostra unicità e irripetibilità. Può darsi che egli ne sia il frutto e l’erede. Per questo dobbiamo cercare con lui un dialogo e un’intesa. L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità.

Chi sarà questo nuovo altro? Come si svolgerà il nostro incontro? Che cosa ci diremo? In quale lingua? Riusciremo ad ascoltarci e a capirci a vicenda? Riusciremo insieme a trovare, come dice Conrad, “ciò che parla alla nostra capacità di provare meraviglia e ammirazione, al senso di mistero che circonda la nostra vita, al nostro senso della pietà, del bello e del dolore, alla segreta comunione con il mondo intero e, infine, alla sottile ma insopprimibile certezza della solidarietà che unisce la solitudine di infiniti cuori umani, all’identità di sogni, gioie, dolori, aspirazioni, illusioni, speranze e paure che lega l’uomo all’uomo e accomuna l’intera umanità: i morti ai vivi e i vivi agli ancora non nati”?

Attila József

Con Cuore Puro

Tiszta szívvel

ANTOLOGIA POETICA

A cura di Umberto Albini

Introduzione di Miklós Szabolcsi

© 1972 EDIZIONI ACCADEMIA Milano

IL MAESTRALE

collana di poesia moderna

diretta da Carlo Bo

a cura di Giuseppe Bellini

 

Indice

Nota biografica   2

Introduzione  4

Metti la mano   5

Tedd a kezed   5

Attimo   6

Perc  6

Salmo silenzioso di sera   7

Csöndes estéli zsoltár  7

Sulle rotaie un ubriaco…     8

Részeg a síneken   9

Amara invocazione di una decisione  9

Keserű nekifoháskzkodás  10

Giovani vite in cammino  11

Fiatal életek indulója   11

Il dolore  12

A bánat  12

Inverno   12

Tél  13

Attesa   14

Várlak   14

 

 

Nota biografica

 

Attila József nacque a Budapest, nel 1905. Tre anni dopo, il padre, un operaio, emigrava per cercarsi una sistemazione migliore e non avrebbe più dato notizie di sé: la madre, per riuscire a tirare avanti i tre figli (Jolanda, Eta, Attila) è costretta a fare la domestica. Ancora bambino, Attila viene mandato come mandriano di porci presso parenti adottivi, in campagna: nel 1912 ritorna a Budapest e vi trascina a lungo un’esistenza miseranda, cercando di campare come può. Vende acqua nei cinema, pane nei caffè, giornali per le strade. La madre, sfinita da stenti e fatiche, muore di cancro nel 1919. Attila è accolto in casa dal cognato, il marito di Jolanda, e potrà andare a scuola; ma sarà pur sempre obbligato ai più vari mestieri, per sopravvivere: mozzo a bordo di un rimorchiatore danubiano, rappresentante di libri, impiegato di banca. Superato l’esame di maturità, si iscrive nel 1924 all’Università di Szeged. Ma intanto è messo sotto inchiesta e processato per una sua poesia, Cristo ribelle (il suo primo libro di versi era uscito nel 1922, con prefazione di un noto scrittore ungherese*, che gli era divenuto amico). Nel 1925, uno dei suoi professori gli dichiara perentoriamente che se continua a scrivere quello che scrive (come la poesia Cuore puro) non otterrà mai un posto di ruolo nell’insegnamento medio. József passa all’Università di Vienna: per mantenersi, lavora come strillone, si adatta ad umili mansioni nel collegio ungherese, mangia da conoscenti. Nel 1926 è a Parigi, nel 1927 a Cagnes sur mer. Rientrato a Budapest, riprende a frequentare, per poco, l’università: si impiega in una ditta commerciale, che è costretto a lasciare quasi subito. Si iscrive al Partito comunista clandestino. Nel 1931 viene confiscato, per il suo contenuto infuocato, il suo volume Abbatti il capitale, su, non piagnucolare. Sotto l’assillo costante della miseria e della fame, dal 1933 in poi, le condizioni di salute di József vanno sempre peggiorando. Una cura psicoanalitica sbagliata, l’espulsione dal Partito comunista, un amore non ricambiato aggravano lo stato del poeta, che si ucciderà nel 1937, gettandosi sotto le ruote di un treno, in una piccola stazione del Balaton.

Dare delle etichette alla poesia di József è facilissimo: lo si può definire il bardo della rivolta, il poeta del popolo, un lirico d’amore, un profeta sociale, l’ultimo francescano, il rinnovatore del simbolismo, l’araldo del realismo. Sono cartellini interscambiabili, e comunque validi. Perché la grandezza di József consiste appunto in questo: nell’avere fatte proprie (con una sconvolgente fantasia e inventiva lessicale, metrica, ritmica, di immagini) le esigenze di tutt’un epoca, di una classe, dell’individuo, dell’intellettuale. Con lucida esasperazione, la sua voce di clamantis in deserto si leva a dire dell’uomo, dell’ordine rivoluzionario, delle leggi che devono regolare l’universo; egli ha recepito in sé le istanze di un aspro periodo di ansie, di minacciosa attesa, di incombente tragedia. E ha anche parlato di sé, dei suoi incontri, delle sue speranze, delle sue delusioni e sconfitte del suo immenso bisogno di voler bene, a Dio, alle persone, alle cose, della sua vocazione di artista. Con slancio fanciullesco, con ferocia a volte, ha fatto della poesia un’arma della lotta per l’esistenza personale e collettiva. Ha tracciato tetri quadri sociali, ha cercato risposta ai grandi interrogativi: ha disegnato paesaggi esterni e interni di limpida e talvolta allucinante evidenza, formulato resoconti di una obiettività lancinante, mescolando tristezza e speranza, furore e abbattimento, dolcezza e collera violenta. Intuizione di nuove strutture, e della loro necessità, coscienza della vitalità del molteplice, comunione profonda con la realtà, volontà di essere utile al risveglio dell’uomo: un’estrema freschezza, una capacità incredibile consolatoria persino sulla soglia di strazianti inferni contraddistinguono il mondo di József.

Quando altri si chiudeva nella torre di avorio della letteratura, Attila ha combattuto, e pagato, nelle prime file: ma forse, anche per questo, la sua lirica ha un timbro di estrema purezza, il sigillo costante della verità.

UMBERTO ALBINI

a Giovanna

 

Introduzione

 

Si leggono in questo volume le liriche di un poeta, di un uomo che ha vissuto una vita difficile e creato una grande poesia. Difficile è l’epoca in cui egli visse e morì; è l’epoca fra le due guerre mondiali, piena di speranze e di fiducia, ed anche di grandi crisi e abbattimenti; l’epoca che cominciò col trattato di pace e sboccò nella guerra. Egli visse in un paese dalla situazione molto precaria, in un piccolo paese, che in que-sto quarto di secolo soffrì grande miseria ed oppressione, dove sotto la superficie scintillante grande era l’esasperazione e la fame, dove l’intellettuale e il contadino, l’operaio e il piccolo impiegato si trovavano ugualmente male. Un paese che quando il Poeta si maturo uomo, marciava insieme coi nazisti tedeschi verso la guerra. Nefasta e sinistra era dunque l’epoca, e difficile la vita, e dalla penna del Poeta nacque la lirica che per noi ungheresi e la maggiore nella nostra letteratura moderna. Mi sia permesso di rievocare soltanto di sfuggita e con le date principali le piú impor-anti tappe della vita piena di lotte di Attila József.

Nacque a Budapest, nel 1905. Suo padre era operaio in una saponeria, e quando il figlio ebbe tre anni, il padre emigro, così la madre, una lavandaia, dovette mantenere da sola la piccola famiglia, a costo di grandi lotte e privazioni. Negli anni sempre più difficili della prima guerra mondiale la famiglia si trova in grandissima miseria; la madre è vittima di un cancro uterino e deperisce di giorno in giorno. Dopo la difficile e penosa infanzia segue per il Poeta una adolescenza non meno laboriosa. Dopo la morte della madre il Poeta – con l’aiuto di un cognato -s’iscrive al ginnasio di una piccola città di provincia dell’Ungheria, poi, dopo l’esame di maturità, alla facoltà di filosofia dell’Università di Szeged. La sua carriera di poeta comincia già negli anni del ginnasio: egli ha diciassette anni, e ancora scolaro di ginnasio, quando esce il suo primo volume (Il mendicante della bellezza), e durante gli anni dell’Università viene pubblicato il secondo volume, col titolo estremamente caratteristico: Non io grido, è la terra che rimbomba ( 1924). Seguono un anno a Vienna, uno a Parigi, studi e miseria da studenti, occasioni di conoscere la letteratura, la politica, gli uomini. Nel 1927 ritorna a Budapest, per un anno si iscrive ancora all’Università, e da allora in poi non e altro che un « libero nuotatore », cioè un poeta per lo più senza professione, senza posto, che riceve di che vivere dalla sua attività letteraria. Il terzo volume del Poeta ancora in stato  di formazione, in cerca della sua propria voce è Non ho né padre, né madre (1930). Nell’epoca della grande crisi economica e della grande ondata rivoluzionaria degli anni ’30, József aderisce al partito comunista clan-destino, nei cui ranghi lavora per alcuni anni. La sua carriera di poeta subisce un mutamento negli anni ’30 (Abbatti il tronco, 1931), e raggiunge la sua massima espressione nel 1932-33, quando lottando coi propri mali individuali, con problemi personali e contro la pressione sempre piú forte del fascismo ungherese crea le sue grandi poesie di idee, proprio quelle che significano un mutamento in tutta la poesia ungherese e aggiungono senza dubbio un colore nuovo anche alla lirica europea (Notte di sobborgo, 1932; Ballo d’orso, 1934; Fa molto male, 1936). Gli ultimi anni della sua vita sono tormentati da una grave malattia, da una neurosi che si estende sempre di più, ma la sua poesia vola in alto anche in questi ultimi mesi difficili e rivela profondità fino allora sconosciute. Nel 1937, il 3 dicembre, in un piccolo luogo di villeggiatura sul lago Balaton egli si getta davanti al treno.

La regione delle fonti della sua poesia sono le migliori tradizioni della lirica ungherese ed europea. All’esordio della sua poesia egli aderisce alla grande rivoluzione della lirica ungherese, combattuta due decenni prima da Endre Ady e dai poeti della rivista « Nyugat », « Occidente », cioè alla scuola dell’impressionismo e del simbolismo; a maniere poetiche riempitesi in Ungheria della materia del sentimento della rivolta, anzi del sentimento rivoluzionario. Vivere la grande, la piena Vita: questo significava nello stesso tempo la rivolta e la volontà di uscire dalle circostanze e dalle limitazioni.

Come i g1ovani poeti dell’epoca egli s’imbevve anche delle istanze espresse da Baudelaire e Verlaine, da Whitman e Carducci. Ed arrivò il momento in cui conobbe la poesia d’avanguardia, prima di tutto gli espressionisti tedeschi e i loro seguaci ungheresi, ma anche i costruttivisti e i dadaisti. Esprimere lo spettacolo del vecchio mondo frantumato in versi liberi frantumati o largamente ondeggianti; rievocare con grande slancio l’Uomo Nuovo, il Nuovo Mondo della Tecnica; reprimere il desiderio d’amore e i sospiri di un giovane ventunenne senza casa, ecco quello che egli ha imparato dalla poesia d’avanguardia all’inizio del decennio ’20-’30.

Per completare ancora questo quadro: egli leggeva molto, era orientato in molte direzioni: a suo modo era un poeta molto dotto. Poeta dotto non soltanto nel senso che egli assorbì in sé all’Università e dai libri la scienza l’uomo venuto dal basso era ben versato nella letteratura, nella psicologia nella linguistica, nel folklore e naturalmente anche nella politica, ma anche nel senso che egli cercò di penetrare profondamente nei segreti delle lingue e delle letterature straniere. Oltre il latino e il greco egli sa bene il tedesco e il francese, ma più tardi legge anche libri italiani, rumeni, cechi, slovacchi. E se stiamo parlando degli influssi i italiani ci sia permesso di menzionare che l’Estetica di Benedetto Croce costituì una delle letture preferite per lui. II Poeta citava spesso il filosofo, discuteva con lui, era d’accordo con Croce e lo confutava: ad ogni modo Benedetto Croce divenne parte del suo sviluppo spirituale. E dopo uno spettacolo confuso-scandaloso a Parigi conobbe anche Mari-netti e Prampolini  e commentò le loro opere con scarsa approvazione… Del resto, il suo soggiorno a Parigi gli diede occasione di conoscere il surrealismo; una piccola rivista, l’Esprit Nouveau (allora non più l’organo combattivo di Le Corbusier e di Ozenfant) pubblica le sue poesie francesi. E nello stesso tempo conosce più profondamente le opere di Lenin…

Le tracce delle tendenze d’avanguardia si vedono sempre nella sua opera: egli le sorpassava per inserire le loro conquiste nella propria lirica; le fece cessare adoperandole. Sorprendenti congiunzioni di immagini, che però già molto prima si vedono nella sua lirica e evidentemente coincidono con le sue tendenze più profonde, certe caratteristiche della tecnica della costruzione, la tendenza per il grottesco, certi colori e locuzioni: ecco quello che egli eredito da questa grande corrente della poesia europea.

Un fenomeno interessante: negli stessi anni nei quali egli scrisse le sue poesie nate sotto l’influsso espressionista e costruttivista, scrive delle poesie – accanto a quelle altre e insieme con esse – sul modello delle canzoni e ballate popolari ungheresi. E qui dobbiamo fermarci: la vera scoperta della musica e della poesia popolari ungheresi, la rottura con la musica troppo ornata ed alla zingaresca, la scoperta della vera e genuina canzone contadinesca, del puro, armonico e drammatico materiale di melodia e di testo, tutto questo è una grande conquista della cultura ungherese al principio del secolo ventesimo. Questo processo, questa scoperta s’iniziano in parecchi territori spirituali, i maggiori fatti si legano ai nomi dei grandi compositori di Béla Bartók e di Zoltán Kodály. Entrambi penetravano nel piú profondo per portare alle più grandi altezze quello che avevano trovato: e Bela Bartók, amalgamando ciò che era profondamente popolare e genuino col più modernamente europeo, il semplice col complesso sviluppo la sua arte. La carriera e le iniziative dei due esercitarono il loro effetto sul giovane: egli imparò l’armonia e la semplicità complessa delle canzoni popolari; con questa voce parlo dei lamenti dei contadini, cioè dei più umiliati, dei più poveri; ma ugualmente con la voce della « gente povera » parla anche della propria sorte difficile, delle sue delusioni d’amore, del suo essere escluso.

Questi due elementi, la poesia europea del ‘900, la sua lirica moderna, complessa, eccitata, e la purezza delle canzoni popolari si congiungono in unità armonica nella sua poesia, e quando il Poeta giunge alla fine dei suoi anni di scuola, le due correnti non fluiscono più una accanto all’altra, ma in unità organica nello stesso poema.

Alla svolta decisiva della sua poesia e della sua vita József si trova di fronte a una parte caratteristica, e  negli anni del ’30 molto in voga, della poesia operaia europea: alla poesia politica, di carattere d’agitazione, scritta per cori di recitazione. Alcuni elementi di questa poesia egli assume nella sua lirica: lo slancio rivoluzionario, il pathos, la marcia diretta verso lo scopo, benché la sua lirica sorpassi di gran lunga questa lirica, del resto benemerita. József è un poeta politico al cento per cento, il che vuol dire che talvolta gli avvenimenti della politica quotidiana gli danno ispirazione (non poche grandi poesie dedico alla guerra civile spagnola), ma egli ha sempre da van ti a sé tutto l’orizzonte e pensa ai problemi di tutta la nazione, di tutta l’umanità. Non semplifica mai: egli crede di servire meglio la causa della rivoluzione e della classe operaia partendo dal vedere chiaramente la realtà data. Egli imparava non mezzi poetici, ma atteggiamenti, modi di vedere. umanismo combattivo, presa di posizione antifascista (anche se in molto li superava) dai rappresentanti dell’umanismo europeo, quali erano Thomas Mann, Karel Capek, Béla Bartók.

Potremmo terminare questa rassegna delle influenze derivanti dalla lirica europea. Dobbiamo ricordare in questa connessione, brevemente, ancora la significativa attività di traduttore del poeta. S’intende, nell’opera di un traduttore letterario c’è molto di accidentale, vi possono avere una certa parte ordinazioni di editori o simpatie personali: tuttavia essa indica pure la direzione dell’interessamento. Attila József ha tradotto molte opere di poeti francesi (tutta una serie di poesie di Villon, alcune poesie di Verhaeren e di Rimbaud), di tedeschi, alcuni versi di Majakovskij e di Blok, ma il più della sua attività nel campo della traduzione artistica riguarda la poesia moderna dei popoli dell’Europa orientale, vicini agli ungheresi, e cioè dei cechi e dei rumeni. C’era in ciò influenza di amici, c’era anche un intento politico determinato (presa di posizione contro la propaganda sciovinista che aizzava i piccoli popoli dell’Europa orientale gli uni contro gli altri) e c’era anche un profondo sentimento dell’affinità delle letterature sviluppate in analoghe circostanze letterarie e sociali. Così non è un caso che molto frequentemente e con la massima forza rievocatrice, interpretasse il poeta rivoluzionario, dei cechi, precocemente scomparso e per lui tanto caratteristico, Jir̂i Wolker.

Tutti questi impulsi, tutte queste tendenze contribuiscono alla formazione della sua poesia indimenticabilmente e assolutamente originale.

Cerchiamo di riassumere alcune particolarità di questa lirica matura. La caratterizzano anzitutto una profonda conoscenza della situazione e una specie di realismo fondamentale. L’incondizionata fedeltà e attaccamento alla realtà, l’osservazione dei motivi più caratteristici e talvolta minuscoli del paesaggio, degli uomini, dei gruppi, il continuo bisogno di contrapporre le proprie immagini alla realtà, anche se quest’ultima è dura e provoca disinganno. Un solo esempio: Attila József rompe con certe generalità della lirica del movimento operaio, con la rappresentazione generica e stilizzata degli operai. Ci parla anche qui un poeta che non abbellisce in nessun modo le sorti umane, neanche rievocando la propria classe, un poeta che vede anche qui l’abbandono ed i contrasti. Questo rispetto devoto per la realtà è una delle particolarità più caratteristiche della sua poesia.

Ma egli non si ferma qui: interpreta, organizza, e riassume in un sistema d’idee unitario, in una concezione intellettuale unica, gli elementi dispersi della realtà. Realtà e pensiero filosofico, piccoli fatti e concezioni ampie, osservazione acuta e unità della visione della realtà, armonia inerente a tutte le minute parti del verso ed anche alla sua struttura intera, rendono il poeta eccezionalmente grande. E’ un poeta intellettuale caratteristico, ma in modo speciale. Le sue parole predilette sono « ordine », « ragione », « sapere », e con queste parole chiave intende esprimere quell’armonia più alta, in cui si innesta l’uomo scevro dall’oppressione economico-sociale (dopo aver ordinato anche i suoi istinti e la sua vita spirituale). Giova aggiungere che quell’intellettualismo fondamentale di Attila József si appoggia al marxismo: dagli insegnamenti, dalla visione del mondo, e della società del marxismo sono permeate tutte le sue opere. L’attaccamento all’intelletto puro, al pensiero, tanto nei temi che nella forma, sono mezzi per frenare le ferventi passioni interne del poeta, ma nello stesso tempo naturalmente anche mezzi per resistere alla barbarie del fascismo. Da quel che siamo venuti esponendo sembrerebbe che Attila József coltivasse un’arida e pesante lirica intellettuale, o fosse un realista terra a terra. Ma non è così: non solo perché i problemi

 

***

Metti la mano

 

Metti la mano
sulla mia fronte
come se fosse
mia la tua mano

Fammi la guardia
come chi uccide,
come se fosse
tua la mia vita.

Amami,
come se fosse bene,
come il mio cuore
fosse il tuo cuore. 

Tedd a kezed

 

Tedd a kezed
homlokomra
mintha kezed
kezem volna

Úgy őrizz, mint
ki gyilkolna,
mintha éltem
élted volna.

Úgy szeress, mint
ha jó volna,
mintha szívem
szíved volna.

** 

Attimo

 

Cantan stormi di uccelli,
il bosco ne risuona:

scappa al fiume un bambino

di contadini, sporco.

Splende caldo anche il sole

e l’aria si arroventa;

neanche un’esile nube

si può vedere in cielo.

Il bambino si scalda,

si stende sulla riva,

sulla rena si rotola.

Scaglia un sasso ben piatto

che rimbalzi sul fiume,

e se ne va fischiando.

 

 

Perc

Dalol a madársereg,

hogy az erdő zeng belé,

maszatos parasztgyerek

inal a folyó felé.

A nap is süt melegen,

tüesíti a leget,

nem is làtni az egen

pici keskeny felleget.

A parasztgyerek hevül,

a folyópaton ledul,

homokon gurul tovább,

kavicsot fog, jó lapost,

a folyóba dobja most

s fütürészve áll odább.

**

 

Salmo silenzioso di sera

O mio Signore, non martellare in rime la tua gloria.

Con labbra semplici dico il mio salmo.

Ma se non vuoi, non ascoltare la mia parola.

So che l’erba è verde, ma non capisco perché è verde,

per chi è verde.

Capisco che amo,

ma non so quale bocca brucerà la mia.

Sento che soffia il vento; non so perché soffia

quando io sono triste.

Ma non prestar attenzione alla mia parola se non ti piace.

Vorrei semplicemente dirti con parole piane, primitive,

che esito anch’io, che sono qui, che ti ammiro;

ma che non ti capisco.

Perché non hai bisogno della nostra ammirazione,

del nostro salmodiare;

perché urtano forse il tuo orecchio rumorose, continue suppliche.

Perché non sappiamo altro che implorare,

umiliarci, chiedere.

Sono un tuo schiavo semplice, che puoi dare in regalo

anche all’inferno.

Il tuo dominio è infinito,

e sei potente, forte, eterno.

O Signore mio, dammi una briciola di me stesso.

Ma se non vuoi, non ascoltare la mia parola.

 

 

Csöndes estéli zsoltár

 

 

Ó, Uram, nem birom rímbe kovácsolni dicsőségedet.

Egyszeerű  ajakkal mondom zsoltáromat.

De ha nem akarod, ne hallgasd meg szavam.

Tudom, hogy zöldel a fű, de nem értem minek zöldel, meg kinek zöldel.

Érzem, hogy szeretek, de nem tudom, kinek a száját

fogja megégetni a szám.

Hallom, hogy fú a szél, de nem tudom, minek fú,

mikor én szomurú vagyok.

De ne figyelmezz szavamra, ha nem tetsik Neked.

Csak egyszerűen, primitíven szeretném most Neked

elmondani, hogy én is vagyok és itt vagyok és csodállak,

de nem értelek.

Mert Neked nincs szükséged a mi csudádásunkra,

meg zsolfárolásunkra.

Mert sértik füledet talán a zajos és örökos könyörgések.

Mert mást se tudunk, könyörögni, meg alázkodni, meg kerni.

Egyszerű rabsolgád vagyok, akit odaajándékozhatsz a Pokolnak is.

Határtalan a birodalmad és hatalmas vagy meg erős,

meg örok.

Ó Uram, ajándékozz meg csekélyke magammalengem.

De ha nem akarod, ne hallgasd meg szavam.

**

 

Sulle rotaie un ubriaco…

Sulle rotaie un ubriaco giace.

nella mano sinistra ha un fiasco. Russa:

dorme un sonno beato. Ormai la notte

si allontana trottando sulla strada.

Dolce il vento notturno gli ha adornato

di festuche, di polvere i capelli.

versa divine gocce di rugiada

il cielo gli è immoto. Ansima il petto.

Come le traversine ha duro il pugno.

dorme quasi sul seno della madre.

ha rotte le vesti: è giovane. Si è fatto

il cielo grigio: non è sorto il sole.

Sulle rotaie un ubriaco giace.

Trema la terra, adagio, da lontano.

 

Részeg a síneken

 

Eyg részeg ember fekszik a síneken

a balkezében tartja a butykosát

és hortyog. Alszik hajnali hívesen.

Az Éj az úton most üget el tovább.

Kuszált haját már ékesítette sok

giz-gaz-szeméttel lágyan az éji szél,

most hint az Ég rá isteni harmatot

s meg nem mozog, csak melle zihál, hisz él.

Jobb ökle, mint a talpfa, olyan kemény,

úgy alszik mint rég anyja meleg ölén.

Ruhája rongyos. Még fiatal; legény.

A Nap se kél, az ég hamuszínre tört.

Egy részeg en1ber fekszik a síneken

és messziről, lassan, dübörög a föld.

**

 

Amara invocazione di una decisione

 

Vieni Signore Iddio, guarda, sono qui,

e so che dinanzi a te non impallidisco.

Quello che mi hai dato, riprendilo – l’ho serbato intatto!;

perché mi sono ingannato solo sul tuo nome.

Sei tanto forte tu, pensi per un instante e la cosa è compiuta;

ma per me è molto penosa l’incertezza.

O forse non mi hai dato nulla, ed ero io, folle, a credere

Che traboccasse sulle mie labbra il mosto dell’uva della vita.

Non risentirti con me, Signore; non ho fede,

ma sulle mie spalle porto centinaia di dubbi.

Amami molto, e sai bene come,

come il sole ama la neve che assorbe in sé.

Oppure battimi a morte, ma abbi cura di me,

e io non domando se mi attende la grazia.

Ti do anche il mio sangue, se me lo chiedi

– com’è strano, tu non hai neppure sangue!

Tu mi conosci, conosci anche il mio destino:

riprendi la moneta che mi hai dato.

Perché foggiasti in me l’uomo

Che la tua saggezza punì facendolo vile?

So bene che non impallidisco dinanzi a te:

vieni Signore Iddio, guardami, sono qui.

 

 

Keserű nekifoháskzkodás

Gyere Úristen, nézd meg, itt vagyok —

tudom előtted el nem sáppadok.

Azt, amit adtál -megvan épen — vedd el!

‘sz csak hitegettem magam a Neveddel.

Te oly erős vagy -gondolsz egyet s van, de nékem kínos a bizonytalan.

Vagy nem is adtál -én véltem bolondul hogy számon élet-szőllő mustja ‘Csordul.

Ne haragudj hát, Isten, nem hiszek,

de nyakamban szák kétséget viszek.

Szeres, nagyon, hogyan, tutod Te jól azt,

mint Nap havat, amit magába olvaszt.

Vagy üss agyon hát, csak törődj velem

s én nem kérdem, hogy nincs:e kegyelem.

Odaadom a vérem is, ha kéred,

-mily furcsa az, hogy Néked nincs is véred!

Te jól tudsz engem, sorsom is tudod,

de vedd el tőlem a talentumod.

Vagy mért faragtál énbelőlem Embert,

kit Bölcsegéd gyávasággal megvert!

Tudom előtted el nem sáppadok —

gyere úristen, nézz meg -itt vagyok!

**

Giovani vite in cammino

Servire come gleba, perchè noi

avessimo del pane da mangiare;

con tetro umore, ma con testardaggine

lavorarono i padri: era lontano,

assente Dio. Siamo cresciuti adesso

noi che ignoriamo l’esistenza lieta;

con fede ferrea, con giusto coraggio

vogliamo che la sorte cambi. È vero

che fummo vili insieme ai nostri padri;

non ne avevamo diritto: soltanto

avevamo ragione. Ora nessuno —

o lo travolgeremo — può arrestarci

sulla via della Vita. Siamo i figli

della vita, gli atleti della lotta.

E ci mettiamo in moto. E il vecchio mondo

Verrà schiacciato sotto i nostri piedi.

 

Fiatal életek indulója

Apáink mindig robotoltak,

hogy lenne enni kévés kenyerünk,

bús kedvvel, daccal, de dologban voltak,

az isten se törődött velünk.

De fölnőttünk már valahára,

kik nem tudjuk, mi az vígan élni,

és mostan vashittel, jó bátorsággal

sorsunk akarjuk fölcserélni.

Tudjuk, apánkkal gyávák voltunk,

nem volt jogunk se, csak igazsagunk.

Most nincs, ki megállat az élet-úton de,

ha akad, nyakára hágunk.

Mi vagyunk az Élet fiai,

a küzdelemre fölkent daliák,

megmo dulunk, heih, összeroppan akkor

alattunk ez a régi világ!

**

Il dolore

Il dolore è un postino grigio, muto,

col viso scarno, gli occhi azzurro-chiari;

gli pende giù dalle fragili spalle

la borsa, scuro e logoro ha il vestito.

Dentro al suo petto batte un orologio

da pochi soldi; timido egli sguscia

di strada in strada, si stringe alle mura

delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. E ha una lettera per te.

A bánat

A bánat szürke, néma postás,

sovány az arca, szeme kék,

keskeny válláról táska lóg le.

köntöse ócska meg setét.

Mellében olcsó tik-tak lüktet, az uccán félénken suhan,

odasimul a házf alakhoz

és eltünik a kapuban.

Aztán kopogtat. Levelet hoz.

**

Inverno

Accendere bisogna un grande fuoco

Perché la gente si scaldi. Buttarvi

dentro tutta la roba antica, vecchia,

rottami, scorie e ciò che è nuovo, intatto

balocchi da bambino — oh le rincorse

felici! — e, a piene mani, quel che è bello:

ne canterebbe fino al ciel la fiamma,

darebbe ognun la mano a un suo compagno.

Accendere bisogna un grande fuoco

Perché è brina sul bosco e la città…

Strappare le maniglie alle cantine

Gelide, fare un fuoco caldo, ardente.

Bisognerebbe ahimè, far questo fuoco,

perché gli uomini possano sgelarsi.

Tél

Valami nagy-nagy tüzet kéne rakni,

hogy melegednének az emberek.

Ráhányni mindent, ami antik, ócska,

csorbát, töröttet s ami új, meg ép,

gyermekjátékot, — ó boldog fogócska! —

s rászorni szórva mindent, ami szép.

Dalolna forró láng az égig róla

s kezén fogná mindenki földijét.

Valami nagy-nagy tüzet kéne rakni,

hisz zuzmarás a város, a berek,

fagyos kamrák kilincsét fölszaggatni

és rakni, adjon sok-sok meleget.

Azt a tüzet, ó iaj, meg kéne rakni,

hogy fölengednének az emberek!

**

Attesa

 

Sempre ti attendo. L’erba è rugiadosa.

Anche gli alberi grandi dalle chiome

piene d’orgoglio aspettano. Io sono

rigido e vacillante a volte. È tetra

la notte per chi è solo.

Se tu venissi, si farebbe il prato

Liscio: e silenzio, gran silenzio.

Ma udiremmo una musica notturna

misteriosa; sulle nostre labbra

canterebbero i cuori e lentamente

ci fonderemmo, offerti al rosso ardore

d’un profumato altare,

nell’infinito.

Várlak

Egyre várlak. Harmatos a gyep,

nagy fák is várnak büszke terebéllyel.

Rideg vagyok és reszketek is néha,

egyedül olyan borzongós az éjjel.

Ha jönnél, elsimulna köröttünk a rét

és csend volna, nagy csend,

de hallanánk titokzatos zenét,

a szívünk muzsikálna ajkainkon

és beolvadnánk lassan, pirosan,

illatos oltáron égve

a végtelengségbe.

**

Non ne posso più

Signore, accieca i miei occhi,

dammi le labbra adatte alla preghiera, labbra che ti ricordino

in ginocchio,

un’anima che sappia che puoi fare miracoli,

e una mente molto più stupida della mia.

O, Dio terribile, sei grande, se esisti;

spedisci dunque il mio corpo straziato all’inferno,

estrema mia pena meritata – oh, no, manda un altro

perché, o Signore, io non resisto più.

Manda un altro, la cui calda voce

venga ripetuta da belle madri felici sopra le culle,

e per cui la terra s’accenda di fiaccole giubilanti,

e di cui sia più meschino il ricco carico di quattrini.

Uno che non detesti l’avidità di denaro degli uomini,

e non si preoccupi se tutti i cuori sono sordi,

e non si senta commosso dalle donne e dalla miseria,

uno il cui volto sorrida, non sia arcigno.

O concedimi il cambio, infine, mio Dio,

concedi il cambio a me, alla mia anima tramortita dal denaro,

l’alito rovente dei tuoi tempi torbidi

venga spazzato via dal freddo sospiro della morte.