Per preservare quel poco autocontrollo che ancora ti resta, eviti accuratamente quotidiani e telegiornali in cui non si parla d’altro che della pandemia. Ti rifiuti di permettere a dati, numeri e percentuali di interrompere la tua maratona in solitaria di Grey’s Anatomy. E come darti torto: vuoi mettere masturbarti guardando Patrick Dempsey invece di Burioni? Certo, per sfuggire del tutto al bombardamento ansiogeno, dovresti bloccare le chiamate in entrata di tua madre, ma sai che se lo facessi, nel giro di mezzora te la ritroveresti a raspare fuori dalla porta di casa come un pastore tedesco dell’Unità Cinofila.
Non accendi il televisore da settimane, ma ascolti spesso la radio. Così, la mattina in cui il notiziario annuncia che il Governo non esclude di istituire il coprifuoco alle dieci di sera, scoppi in singhiozzi isterici e disperati. Non tanto per il provvedimento in sé: non sei un supereroe che di notte esce a combattere il crimine e il più delle volte alle dieci di sera sei già in pigiama sotto le coperte. A gettarti nel panico e nello sconforto è ciò che questo provvedimento implica e rappresenta: le possibilità di riuscire a scopare si assottigliano inesorabilmente come le sopracciglia di Anna Oxa a Sanremo.
Guardare alle tue vicende personali relativizzandole al contesto generale non ti ha mai aiutata, fin dai tempi del: “Mangia, perché in Africa i bambini muoiono di fame”. Men che meno nel momento presente può essere di qualche sollievo riportare le tue miserie alle loro giuste proporzioni: un piccolo puntino nell’angolo in basso a sinistra di un mastodontico affresco dell’umanità falcidiata da una pandemia. Ti sforzi di concentrarti sul quadro globale, ma più lo fissi, peggio ti senti: mentre all’epoca la tua inappetenza non aveva alcuna connessione con la fame dei piccoli biafrani, la sindrome aviopenica che ti affligge oggi è acuita, se non originata, dalla consapevolezza che la caccia a un soggetto scopabile potrebbe farti finire in terapia intensiva. E osservare il quadro generale non fa altro che ricordartelo, perciò riporti lo sguardo su di te. Trentacinque anni, attanagliata dalla consapevolezza di avere sprecato troppo tempo e con una quantità di arretrati, in termini di contatto fisico e appagamento sessuale, da farti rimpiangere la presa salda e sicura della mano del tuo istruttore di scuola guida sulla coscia.
Decidi di non darti per vinta e di gettare il guanto di sfida al Destino: prenoti una ceretta brasiliana. Questa mossa denota uno sprezzo del pericolo che normalmente non ti appartiene. Non soltanto perché, in una fase di incremento dei contagi, la cabina di un’estetista non si colloca tra i primi cinque posti più sicuri in cui passare un’ora. E nemmeno perché, date le imminenti restrizioni, le occasioni per dare un senso ad una ceretta brasiliana saranno ridotte all’osso. La ragione per cui ritieni che potrebbe trattarsi di una mossa suicida che fa di te un kamikaze votato all’autodistruzione è che, come è stato dimostrato da anni e anni di statistiche e dati raccolti sul campo, depilarsi riduce drasticamente le probabilità di riuscire a scopare.
L’Universo, infatti, è regolato da meccanismi estremamente precisi e infallibili per via dei quali un certo evento, in determinate condizioni, tende a verificarsi sempre allo stesso modo. La ceretta in previsione di un appuntamento ne è un esempio. Analogamente all’indossare biancheria coordinata, depilarsi immediatamente prima di uscire con un nuovo potenziale partner ha sempre avuto effetti deleteri sull’esito della serata.
Volendo rappresentare il fenomeno come un punto P su un piano cartesiano, dove sull’asse delle ordinate verrà indicata la quantità di peluria presente sull’epidermide, e sull’asse delle ascisse la probabilità di scopare, si osserverà che all’aumentare del primo valore, anche il secondo si allontanerà di pari passo dallo zero. L’unica condizione che possa sovvertire questa legge è l’instaurarsi di un rapporto stabile ed esclusivo: in questo caso, il nostro punto P si collocherà in posizione anomala, molto in alto sull’asse delle ordinate, ma vicino allo zero sull’asse delle ascisse: in pratica, dopo un tempo X, ci si arrende ai peli superflui, ma nemmeno si scopa.
Sebbene questo modello sia sempre stato più affidabile delle previsioni meteo dell’Aeronautica Militare, ti dici che vale comunque la pena fare un tentativo: d’altra parte, negli ultimi mesi depilarti non è stata la tua priorità, eppure non hai certo dovuto destreggiarti in una selva di peni.
Quando ti trovi a tu per tu con l’estetista, chiarisci che per ceretta brasiliana non intendi affatto la depilazione totale delle parti intime, come comunemente si crede. Hai studiato in maniera piuttosto approfondita l’argomento e ora sai che la dicitura ceretta brasiliana indica l’origine geografica della tecnica e del materiale utilizzato, diverso dalla comune lava vulcanica che sobbolle nel fornellino piazzato laggiù, in mezzo ai tuoi piedi. Ed è solo in virtù del fatto che, con questa specifica procedura, è meno doloroso avventurarsi in zone particolarmente sensibili (come lo scroto di molte brasiliane, appunto) che, per traslato, l’espressione ceretta brasiliana è diventata sinonimo di depilazione totale. Inoltre, in passato hai già sperimentato l’ebbrezza del totally shaved, comprendendo che non faceva per te. E infatti, l’avevi fatto per qualcuno. Come è normale che sia. Perché, siamo sinceri, al pari dello sbiancamento anale, non esiste donna al mondo che accetterebbe di sottoporsi ad un trattamento del genere per stare meglio con se stessa. Tralasciando il dolore che ti fa invocare l’epidurale fin dal secondo strappo, il risultato finale è insieme inquietante e deludente: ti guardi e ti sembra di avere un cucciolo di Sharpei nelle mutande. Con l’onestà intellettuale che ti contraddistingue, però, ammetti anche che vedere Caparezza tutte le volte che fai la doccia o la pipì non sia una scelta femminista quanto il segno tangibile che nessuno ti scopa. O che sei sposata.
Fornisci quindi precise indicazioni sugli ettari da disboscare e, ignorando le perplessità dell’estetista, ti prepari a vivere un’esperienza extracorporea.
Una volta rimasta sola in cabina, sfili il tanga di carta per rimetterti le mutande e osservi allibita il risultato delle tue direttive: al centro di un inguine liscissimo spunta, in corrispondenza dell’osso pubico, la coda di un Mini Pony. Un unico, fluente ciuffo fa bella mostra di sé, ammiccante e sbarazzino come un tirabaci anni ’20. Ora ti spieghi l’espressione sconcertata intravista dietro la visiera dell’estetista, mentre tu le spiegavi minuziosamente dove estirpare e dove no, senza tenere conto della lunghezza di ciò che sarebbe rimasto.
Ti dici che c’è stato chi, esibendo una sola ciocca arrotolata più volte attorno al cranio, è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, ma questo non basta a consolarti e, appena arrivi a casa, ti abbassi le mutande per decidere il da farsi. Se Caparezza era indecoroso, il look da bambino tedesco in vacanza in Riviera negli anni ’80 è grottesco. Non hai alternative: inforchi un paio di forbicine da unghie e un pettine per sollevare i peli ed evitare di reciderti accidentalmente il clitoride, sperando, in un impeto di ottimismo, che possa ancora servirti.
Dopo il taglio, controlli il risultato allo specchio.
Heil, Hitler!
La somiglianza con il Fürer si rivela, tuttavia, un problema secondario: appena ti rivesti, un pizzicore furibondo ti aggredisce come uno sciame di pulci di mare idrofobe. Quella zazzerina ispida punge senza pietà. Se la coda del Mini Pony avrebbe rischiato di scatenare l’ilarità di un eventuale partner, o di soffocarlo in caso di cunnilingus, ciò che ne rimane rischierebbe di ridurlo come uno che è stato assalito al volto da un soriano posseduto dal demonio. Capisci che ti servirebbe qualcosa di simile ad un balsamo per capelli, e per un istante valuti di buttarti addosso una cazzuolata del Kérastase seppellito sul fondo di un cassetto da quando, con risultati decisamente meno nefasti, hai tagliato i capelli. Ricordi di aver sentito parlare di prodotti ad hoc per ammorbidire i peli della barba e, mentre ti sfreghi contro qualsiasi superficie ti capiti a tiro tipo Balù nel Libro della giungla, ti rivolgi all’unico che ti aiuterà senza giudicare: Google.
Dopo molte ricerche, ti imbatti in un’intervista ad Emma Watson che magnifica le proprietà miracolose di un olio specifico per i peli pubici dal nome enigmatico ed evocativo: Fur Oil. Il fatto che a parlarne sia proprio la Watson, zitella da così tanto che ha trovato il tempo di coniare per sé la definizione di self-partnered (declinazione sentimentale del dichiararsi imprenditore presso se stesso su Facebook), non depone a favore del Fur Oil, e sospetti che, a dispetto del prezzo (quaranta euro comprese le spese di spedizione), puzzi di colatura di alici. Invece, in un paio di click scopri che anche Emma Watson qualche mese fa si è fidanzata, dunque forse il Fur Oil non è così sgradevole. Oppure ha trovato uno che va matto per la colatura di alici.
(continua)
