Ti imbatti in un articolo che parla di come, dopo l’isolamento imposto nei primi mesi della pandemia, molti single (di ritorno o no) vengano colti dalla cosiddetta sindrome della “seconda verginità”, e ormai sei talmente sensibile all’argomento, che ti basta leggere le parole seconda verginità per arraparti.
Comunque. Secondo la psichiatra intervistata, riprendere l’attività sessuale dopo un lungo periodo di astinenza, vissuto per di più in condizioni particolari come quelle del lockdown, potrebbe presentare alcune analogie con la perdita della verginità avvenuta in fase adolescenziale. Al primo giro, avevi le guance tempestate di brufoli. Vuoi vedere che questa volta mi crescono le tette? pensi. Poi però, leggendo con attenzione l’articolo, ti pare di capire che questa sindrome della seconda verginità sia molto meno intrigante di quanto pensassi: si porta dietro più che altro altissimi livelli d’incertezza sulle proprie abilità e sull’affidabilità del partner. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Ma se l’insicurezza a quindici anni faceva parte del pacchetto, come l’insana passione per i jeans a vita bassa e la mobilità articolare di Beyoncé, a trentacinque è a dir poco grottesca. Quell’articolo ti instilla il dubbio di non essere più capace. Eppure, e questa è la seconda analogia con gli anni dell’adolescenza, senti che se non lo fai subito, probabilmente esploderai. Già, ma con chi?
Poiché il numero di contagi non accenna a calare, la dottoressa sconsiglia incontri al buio, a favore invece di provvidenziali ripescaggi. Trascorrerai quindi il pomeriggio a ripercorrere l’elenco delle tue frequentazioni passate decidendo che, tutto sommato, preferisci correre il rischio e andare verso l’ignoto.

Flash-molto-back

Marco: virile come la voce di Mario Giordano, un giorno per movimentare quel mortorio gli proponi di guardare insieme un video porno, confidando molto, forse troppo, negli incoraggianti risultati degli ultimi esperimenti sui neuroni-specchio. Comprendi le proporzioni della tua abissale ingenuità quando, al primo fotogramma, Marco si lascia andare a commenti sdegnati sull’arredamento dozzinale della camera che funge da set. Scegli un altro video, ma questa volta ad attirare la sua attenzione sono i calzini bianchi del protagonista. Effettivamente non te la senti di dargli torto, ma più che Marlon Brando e Maria Schneider iniziate a somigliare ad Enzo Miccio e Carla Gozzi. Opti allora per un video senza intro, di quelli che quando clicchi play per un paio di secondi ti sembra di guardare la colonscopia di tuo zio. Tutto bene finché non si allarga (anche) l’inquadratura, e a quel punto Marco si lancia in una disamina sullo squallore delle lampade al neon e sul modernariato che ha fatto più danni del nazismo. Dopo poco smettete di vedervi, non foss’altro perché non sopporti chi parla durante un film.

Filippo: affetto da un complesso di Edipo allo stadio terminale, per compensare gli effetti che ha su di te questa gravissima patologia (uno su tutti, una secchezza vaginale pressoché invalidante) si produce in sforzi ammirevoli per mostrarsi quanto mai disinibito a letto, al punto che arriva a proporti una cosa a tre. Ma sua madre non è il tuo tipo e declini l’invito. Considerato che hai smesso di masturbarti pensando a Michael Fassbender da quando hai scoperto che si faceva accompagnare in giro per Festival e premiazioni dalla mamma, è chiaro che il destino di Filippo è segnato. Il fatto è che, in Italia, il complesso di Edipo è endemico come la mafia, e sai che non ti sarà facile trovare un soggetto sano.

Tommaso: fissato con il sesso tantrico, che poi è solo una trovata esotica per giustificare la sua difficoltà a raggiungere l’orgasmo. Da tempo sei giunta alla conclusione che un rapporto sessuale la cui durata vada oltre i venti minuti è come la democrazia: non troverai nessuno che ne parli male, sulla carta sembra una buona idea, ma poi quando ti ci ritrovi dentro si rivela una gran fregatura. Tralasciando le quantità industriali di lubrificante necessarie a scongiurare il pericolo di lesioni interne in aree già sensibilizzate dalla relazione con Filippo, questi inutili sfoggi di esibizionismo ti annoiano a morte: se volessi vedere delle palle rimbalzare avanti e indietro per ore, te ne rimarresti a casa a guardare i Roland Garros.

Riccardo: superdotato ai limiti della malformazione, quando si spoglia ti domandi se nascosto dietro quell’enorme pene ci sia ancora il suo legittimo proprietario. Non per niente, nella tua cerchia si è meritato l’affettuoso soprannome di Fausto Leali, nel senso di negro bianco. Purtroppo però, per uno scherzo del destino cinico e baro, viene fuori che Riccardo è un patito del cunnilingus, che somministra alle sue partner con grande perizia ed impegno, e poi le congeda. Che soffra d’invidia del suo stesso pene? ti chiedi mentre, sconcertata, raccatti le tue cose. A vedere tutta quella carne andare sprecata, vorresti chiedergli di lasciarti portare a casa almeno la doggy bag, ma ti trattieni. Fai altri tentativi, e ogni volta è la stessa storia. Ancora dopo anni ti svegli nel cuore della notte domandandoti come mai, a fronte di legioni di volenterosi ipodotati, proprio lui, la cui deformità gli varrebbe il privilegio di parcheggiare sulle strisce gialle, preferisca dedicarsi esclusivamente al sesso orale. Come se Bud Spencer si fosse messo in testa di fare il fantino.

Matteo: passivo-aggressivo, usa il sesso come valvola di sfogo e riesce ad eccitarsi soltanto con il dirty talking. Non c’è rimedio: appena smettete d’infamarvi, lui perde l’erezione. Non hai nulla contro parolacce e linguaggio offensivo della morale e del pudore, e anzi, all’inizio questa variazione sul tema non ti dispiace. È tutta la vita che tu e gli uomini vi prendete a male parole: se non altro ora ci guadagni un orgasmo. Soltanto dopo qualche match, questo esercizio dialettico comincia a presentare le prime pecche: se pensavi che fischiare con in bocca della mollica di pane richiedesse una certa abilità, scopri che è nulla in confronto a cercare di scandire un VAFFANCULO STRONZO mentre pratichi una fellatio. Mollare Matteo non sarà per niente facile: più lo mandi a quel paese, più gli fai venire voglia di scopare.

Tutto questo accadeva molto tempo fa. Prima della pandemia, della tua relazione decennale, del tuo letargo e del recente risveglio. Ti auguri che, mentre eri altrove, il mondo sia cambiato. E infatti. Ti capita d’incontrare gli stessi Filippo, Matteo e Tommaso, ma divorziati e con almeno un figlio a carico. Maschi sulla soglia dei quaranta, appena riemersi dalla fossa della loro ultima relazione che, scrollandosi di dosso la terra e i vermi, incespicano di nuovo tra aperitivi e serate, per quanto possibile durante una pandemia, guardandosi attorno increduli e intontiti. Pensavi che, una volta single, la tua vita sarebbe somigliata ad un episodio di Sex and the city, e invece scopri che è la prima stagione di The Walking Dead. Ecco perché, forse, hai la netta sensazione che ti stiano divorando il cervello un emisfero alla volta, mentre ascolti per ore ed ore il resoconto dettagliato dei loro rovinosi naufragi sentimentali. Inizia tutto con il nome della ex, buttato lì un po’ a casaccio a metà di una frase sui vantaggi dello smart working. Segue un rapido accenno alla rottura, liquidato con un frettoloso e pudico “Ma non mi va di parlarne”. Questa frase è lo scricchiolio che annuncia la frana del disastro del Vajont. Vieni travolta da un’ondata di logorrea che ti trova del tutto impreparata, dal momento che sei cresciuta ascoltando le lamentele delle donne più mature di te su quanto sia difficile cavare di bocca ad un uomo più di quattro parole in una sera. E invece eccoti qui, con la minigonna inguinale che avevi sfoggiato per il “provvidenziale ripescaggio” (fedele alla vulgata secondo la quale se esci in minigonna, volente o nolente scoperai), a sbadigliare saporitamente sotto la mascherina, primo e unico lato positivo che ti riesce di trovare a questa maledetta pandemia.
Tu, della fine della tua storia, non parli con nessuno. In parte perché ti sembra che non ci sia granché da dire. Ma di certo mai e poi mai ti verrebbe in mente di farne cenno durante un aperitivo galante. Figurarsi poi tenere sul tema un monologo della durata di una performance di Marina Abramović.
Ti sei sempre vantata di non sapere cosa sia la noia: dopo un paio di uscite così, potresti aggiornare la voce sulla Treccani. Mentre annuisci, simulando un minimo sindacale d’interesse alle faccenduole del tuo aguzzino, ti riaffiorano alla memoria ricordi della tua vita precedente di cene a coppie con donne incinte, durante le quali queste ultime cadevano a più riprese addormentate. Non per dire: socchiudevano gli occhi, posavano il mento sul pugno e si appisolavano. E nessuno osava indignarsi per una così palese mancanza di educazione. Aggiungi quindi un altro punto al già lungo elenco di ingiusti privilegi riservati alle future madri, tra i quali l’ingrassare impunemente, il saltare le file e il posto a sedere ovunque: il diritto di schiacciare un pisolino nel bel mezzo di una conversazione noiosa, senza che la cosa desti alcun imbarazzo o fastidio nei presenti. Purtroppo per te, addormentarsi mentre qualcuno ti fornisce tutti i dettagli dei suoi brucianti fallimenti amorosi è ancora segno di malacreanza: dovrai aspettare che diventi una pratica socialmente accettabile, come il cappellino a tavola o il ghosting.

(continua)