Non ci sarebbe nulla di male ad uscire con una donna che si percepisce uomo, non fosse che l’esemplare che hai pescato tu riassume in sé il peggio delle due categorie. Giovanna/Giovanni parla solo di sport, ma con una tale dovizia di particolari da farti invocare il coma: gioca a football americano e, mentre ti illustra nel dettaglio regole e relative eccezioni (con tanto di visione di video esplicativi sul cellulare), si prende la libertà di divagare sul taglio e il tessuto delle divise, sulla manicure in tinta con i colori della squadra, sulle faide tra le compagne. Comprendi e condividi la scelta dei direttori di rete di affidare la conduzione dei programmi sportivi quasi esclusivamente a giornalisti uomini: in caso contrario, il commento di Pro Lissone Football club – Atletico Pizzighettone rischierebbe di battere, in durata, la serata finale del Festival di Sanremo. Ti è capitato altre volte di sorbirti quella solfa (forse con meno enfasi sull’opportunità di dotare gli spogliatoi di asciugacapelli e piastre), ma ti facevi forza aggrappandoti mentalmente all’idea di quello a cui ti saresti aggrappata materialmente, una volta terminato quel supplizio. La situazione in cui ti trovi ora è ben diversa: non c’è proprio nulla a cui tu ti possa aggrappare, nemmeno la speranza. La tua spiccata predilezione per l’anatomia maschile potrebbe risultare offensiva per Giovanna che si percepisce Giovanni. Tuttavia il punto non è come si percepisce lei/lui, bensì quello che riuscirebbe a far percepire a te. E tu sei immune a certi sortilegi, soprattutto se manca la bacchetta magica.

– Tu sai sciare?
Ci risiamo. Inizi a sospettare che dietro quella domanda di rito si celi un mistero che non riesci ad afferrare. E se la risposta fosse Fidelio?
Il cellulare manda uno scampanellio: è una notifica di Tinder.
– Tutto ok? – chiede Giovanna/Giovanni.
Cos’è il genio?
– Cazzo! È la mia vicina di casa: il mio gatto è in cima ad un albero e non riesce a scendere. Mi dispiace, ma devo scappare.
– Gatto? Mi avevi scritto di avere un cane…
– Sì, infatti, è un cane che però si percepisce gatto. Qualcosa tipo Quattro bassotti per un danese, ma senza messaggi subliminali a sfondo massonico… Comunque, scusa ma devo proprio andare.
– Ti accompagno! Aspetta un momento, vado a fare la pipì. Non so come mai, ma ultimamente mi scappa di continuo…
– Sarà la prostata! – sono le tue ultime parole, prima di lanciarti in una corsa disperata verso la salvezza.

Ti accasci ansimante dietro una colonna. Non hai cuore di sbirciare per controllare se Giovanna/Giovanni/Yoghina sia sulle tue tracce. “Se non mi muovo, non mi vede” pensi, sperando che Crichton non fosse un generoso dispensatore di bufale antiscientifiche. Ti guardi attorno: nemmeno una pozzanghera il cui tremolio segnali il t-rex in avvicinamento. Maledici la crisi climatica. In ogni caso, anche volendo, non riusciresti a muovere un passo: dopo quella folle galoppata di quasi cinquanta metri hai il cuore che sta per esplodere, la collezione di ernie lombari che pulsano all’unisono, la vista annebbiata e un persistente fischio nelle orecchie. Di tutta la vita che ti sta passando davanti agli occhi, ti soffermi sul fotogramma dell’istante in cui hai deciso di abbandonare per sempre qualsiasi velleità in ambito sportivo rinunciando una volta per tutte ad affrontare la salita di San Luca a piedi: l’umiliazione di venire superata da destra da gruppi di pensionati alla prima lezione di nordic walking ti era parsa intollerabile.
Ringraziando il cielo, da tempo è decaduto l’obbligo della mascherina all’aperto, perciò puoi respirare a pieni polmoni. È questione di un attimo. Nell’ordine sfilano davanti a te: vecchio tubercolotico che tossisce quello che gli rimane dei bronchi senza nemmeno portare la mano alla bocca; rider pachistano sotto sforzo che espettora uno slimer di muco sul marciapiedi; soggetto allergico alle graminacee che si produce in una salva di sternuti tipo El Dorado Falls di Mirabilandia. E tu odi Mirabilandia.

Flash back

Estate 1992. Come ogni anno sei in vacanza a Cervia con la tua famiglia. Qualche settimana prima, ha avuto luogo quello che, grazie all’indiscussa abilità dei romagnoli nel vendere la sabbia ai beduini, passa alla storia come un evento epocale: l’inaugurazione di Mirabilandia. Un parco divertimenti destinato a modificare per sempre il volto della riviera e persino la sua toponomastica, visto che darà addirittura il nome alla località nella quale è stato costruito. Non c’è bar, stabilimento balneare, locale, sala giochi o ristorante che non esponga locandine e dépliant di Mirabilandia. Tra i bambini in spiaggia non si parla d’altro. Tu con gli altri bambini non parli, ma da dietro le pagine di L’incredibile storia di Lavinia ti giunge il ronzio concitato di chi ci è stato e lo schiumare rabbioso di chi ancora no. Fino a quel momento, l’idea di visitare un parco divertimenti non ti aveva nemmeno sfiorata, ma sei figlia delle tv commerciali e non puoi rimanere indifferente ad un tale battage. Se lo spot dello Yo-Yo Motta trasmesso tra uno sketch e l’altro di Bim Bum Bam era bastato a farti considerare quell’ombra di cioccolato al sapore di copertone spalmato tra due spugne di polistirolo espanso un’autentica prelibatezza, è inevitabile che da un simile martellamento nasca in te il desiderio di andare a Mirabilandia. E poiché nel fumetto di cui sei protagonista, sei stata morsa da un ossessivo-compulsivo, in breve il desiderio si trasforma in bramosia, e la bramosia in fissazione. Per settimane dai il tormento ai tuoi genitori. Tua madre è allibita: davvero non capisce. Pensava che la tua congenita asocialità, opportunamente corroborata dall’amore per i libri, avrebbe tenuto al riparo te, ma soprattutto lei, da spiacevoli contrattempi: una bambina che occupa tutte le ore di veglia leggendo richiede ben poca sorveglianza e quasi nessuna manutenzione. Col tempo, aveva convinto anche te che l’eventualità di buscarti un raffreddore o, non sia mai, finire al pronto soccorso fosse un costo umano decisamente troppo alto da pagare per avere in cambio una vita piena, ricca ed emozionante. Credeva che trascorrere le vacanze a Cervia, dove il gesto più temerario che avresti potuto compiere sarebbe stato metterti in bocca una gomma da 500 lire del distributore senza esserti prima disinfettata le mani e dove il livello del mare si alzava così gradualmente che in caso di annegamento saresti stata raggiunta molto prima da un bagnino di Zara che non dal suo omologo romagnolo, vi avrebbe protette da ogni rischio. Non poteva certo prevedere Mirabilandia. Dove gli altri vedevano montagne russe e giochi d’acqua, lei vedeva politraumi ortopedici, broncopolmoniti bilaterali e piccole bare bianche. Sono settimane di lotta serrata, una guerra di nervi senza esclusione di colpi: arrivi a minacciare uno sciopero della fame, che per chi, come te, è soggetto a crisi acetonemiche, in pratica equivale al suicidio. Quando ormai l’estate è agli sgoccioli e stai per rassegnarti al fatto che tu e tua sorella sarete le uniche bambine d’Italia a non essere state a Mirabilandia, come la grazia al condannato a morte, arriva il tanto agognato assenso. Seguono ore di preparativi degni della scalata dell’Annapurna. Due borsoni da viaggio vengono stipati di vestiti di ricambio che serviranno per evenienze quali sudorazione eccessiva, calo repentino della temperatura, tifoni, piogge acide, aggressione di sciami di tarme idrofobe, improvviso attacco di diarrea del viaggiatore. Borsa termica da pic nic aziendale con riserve di cibo e acqua per una settimana. Sacca da palestra per trasportare l’intero contenuto dell’armadietto dei medicinali e una cassetta per il primo soccorso completa di termometro, ghiaccio secco, teli sterili, laccio emostatico, flaconi di soluzione fisiologica. In un inusuale impeto di ottimismo, si decide di lasciare a casa il defibrillatore portatile.
Quando finalmente, dopo un giro di saluti ai parenti che neanche Phileas Fogg prima della partenza per il giro del mondo in ottanta giorni, e un viaggio in macchina che ti sembra interminabile, avvistate in lontananza i cancelli di Mirabilandia, tua madre esclama: – Devo essere impazzita! Torniamo immediatamente indietro.
Con una brusca frenata come sul ciglio di un burrone, l’auto compie un’inversione a U e in silenzio tornate a casa. Da quel momento, quasi senza che tu te ne accorga, (sarà la tua psicoterapeuta a portare la cosa alla tua attenzione, molti anni dopo) s’innesca un meccanismo di introiezione della favola della volpe e l’uva: per sopravvivere al trauma, in men che non si dica ti convinci, macché, saresti pronta a giurare, che sei stata tu a non voler andare a Mirabilandia, che alla fine non è niente di speciale, e che è molto, ma molto meglio rimanere sotto l’ombrellone a leggere.
Questa stessa dinamica, orchestrata da tua madre, vera Eminenza Grigia del disagio mentale, si ripeterà negli anni a venire, in particolare relativamente alle seguenti attività:
– possedere un motorino
– dormire fuori di casa
– viaggiare (concetto talmente ampio da comprendere il tragitto casa-scuola)
– assaggiare piatti esotici (senza arrivare al sushi o al lampredotto, un piatto di passatelli al sugo di pesce è più che sufficiente per essere considerati degli imbecilli)
– lavorare (il terrore per l’indipendenza economica della prole la porterà, nel 2003, a caldeggiare la tua iscrizione alla Facoltà di Lettere)
– scopare (su questo punto, i metodi di tua madre mostreranno tutta la loro fallacia).

(continua…)