Quando hai vent’anni e la relazione che stai vivendo s’interrompe, ritorni single.
Quando hai trentacinque anni e la relazione che stai vivendo s’interrompe, sei una single di ritorno.
E non è assolutamente la stessa cosa. Soprattutto durante una pandemia.
Flashback
Se sei in coppia da tempo, e hai superato i trent’anni d’età, è fatale che usciate spesso con altre coppie. Il che, alla lunga, si rivela estremamente noioso. Quasi nessuno desidera condividere i propri scheletri nell’armadio, men che meno se si tratta di un armadio matrimoniale, dunque sei costretta a dissimulare la copiosa epistassi che ti colpisce nel corso di conversazioni interminabili che ruotano principalmente attorno alle gioie della vita a due. Nessuna coppia ti racconterà quante volte fa sesso (davvero), i reciproci tradimenti, il fastidio per la famiglia dell’altro, le tentazioni in ufficio, le liti per questioni di soldi. Insomma: tutto ciò che potrebbe salvarti dal coma, è tabù. Nella migliore delle ipotesi verrai a conoscenza di questi retroscena solo se riguardano gli assenti, giacché è noto che l’argomento preferito delle coppie prive di argomenti sono le altre coppie e le loro magagne.
Di tanto in tanto qualcuno ancora si sposa, e dal momento dell’annuncio fino al giorno stabilito non si parla d’altro. Il peggio è che tra i due eventi possono passare mesi, a volte persino più di un anno, e tu non sopporteresti di sentir parlare per un anno intero dei preparativi di un matrimonio nemmeno se il matrimonio fosse il tuo. Era dai tempi del corso monografico su Boccaccio all’Università che non sentivi parlare di un unico argomento per un anno intero, e comunque allora ti sottoponevi al martirio per una buona causa (andare a letto con l’assistente del professore). Così, mentre i futuri sposi per cinquantadue venerdì vi somministrano la dose settimanale di dettagli non richiesti e aneddoti che credono inediti e spassosissimi pur essendo solo la messa in scena di triti e patetici stereotipi da sitcom di quarta categoria, ti domandi di cosa parleranno quando sono soli, e di cosa si parlerà, a cena, dopo che si saranno sposati.
Il tempo passa, e lo scenario attorno a te muta, quasi impercettibilmente, ma quando te ne accorgi è troppo tardi. Mentre prenotavi un week end in Toscana o facevi shopping compulsivo su Yoox, le stesse coppie, noiose, certo, ma innocue, si sono trasformate in novelli seguaci di Richard Manson: il loro unico scopo è irretire le vostre menti per far sì che anche voi entriate a far parte della Family.
Chi finalmente si è sposato, o almeno convive, tenta in tutti i modi di convincere anche voi a fare il grande passo, ma la sgradevole eco delle loro voci instilla in te il sospetto che stiano parlando dal fondo di un baratro.
Chi ha figli pensa che decantare le proprietà organolettiche delle feci di un neonato nel periodo dello svezzamento, per una qualche oscura ragione, disseppellirà il tuo istinto materno, mentre tu ti domandi con terrore se ieri sera ti sei ricordata di prendere la pillola.
Un giorno ti risvegli: capisci che, se imborghesirsi è riposante per i primi tempi e ti tiene lontana dalle malattie veneree e altri inconvenienti, da un po’ parli di te con la stessa rassegnazione e indulgenza che useresti per descrivere la pigrizia e la tendenza alla pinguedine di un gatto castrato, e questo non va bene.
Capisci che tutte le volte che ti sei trovata a cena con delle coppie di suoi amici ti sei sentita un’adolescente a tavola con degli adulti.
Capisci che sposarti, convivere e fare dei figli non è quello che vuoi, o forse non è quello che vuoi adesso, e di sicuro non è quello che vuoi con lui.
La rottura in sé, per quanto non indolore, non è cruenta: preceduta da una lunghissima incubazione, si tratta di una separazione consensuale e si svolge in maniera sorprendentemente civile.
Ritorno al presente
Ed ecco che ti trovi nel mezzo del cammin della tua vita, single di ritorno, come si diceva, nella casa che hai comprato per te sola, con un nuovo taglio di capelli da sfoggiare come da cliché, e una voglia di scopare che, parafrasando Guccini, fa luce.
Come se non bastasse, nel caso in cui ti fosse sfuggito mentre arrancavi verso il capolinea della tua relazione, nel mondo si diffondeva una pandemia che, se in un primo momento ti ha garantito l’isolamento necessario per riflettere sui tuoi guai e prendere una decisione, ora inizia a starti stretta. In effetti, poiché le cose tra voi non andavano da tempo, soffri per la mancanza di contatto fisico da molto prima che i termini droplet, superdiffusori e polmonite interstiziale diventassero trending topic su Google. Prima di giungere al suddetto capolinea, infatti, la tua relazione ha attraversato brumosi e desolati paesini fermando in tutte le stazioni che congiungono Abbrutimento e Insofferenza, fino al Cimitero della Libido. Insomma, anche se l’ultima scopata risale ad appena un’era geologica fa, a te sembra molto di più, e in ogni caso non ne conservi un buon ricordo. Non che tu muoia dalla voglia di ripensare a quell’evento specifico, comunque.
Tornando alla pandemia. Hai sempre avuto un approccio piuttosto hitleriano alla malattia, specialmente se contagiosa: i soggetti colpiti andavano sistematicamente isolati, quando non eliminati. Hai condotto personalmente crociate contro la sconsiderata frequentazione di cinema, teatri e qualsiasi luogo chiuso da novembre a marzo. Hai stigmatizzato pubblicamente chi prendesse parte ad una cena nonostante i primi sintomi di un banale raffreddore. Sei stata una pioniera del distanziamento sociale e del lavaggio ossessivo delle mani anche quando le mani non se le lavava nessuno, e avevi sempre in borsa una bottiglietta di Amuchina quando ancora costava meno della bamba. Forse per questo, allo scoppio della pandemia, si è verificato un effetto paradosso e, mentre tutti attorno a te davano segni di cedimento, tu hai conservato un’invidiabile stabilità mentale e pace interiore. Se ti fossi lasciata contagiare dalla febbre dello striscione appeso fuori dalla finestra, sul tuo non avresti scritto ANDRÀ TUTTO BENE, ma VE L’AVEVO DETTO.
Durante i mesi di chiusura, esentata non solo dall’andare al lavoro, ma anche dall’assolvere qualsiasi obbligo sociale compresa la doccia quotidiana, hai trascorso le giornate ad osservare le ultime fasi dell’inarrestabile declino del vostro rapporto, iniziato a dire il vero molto tempo prima. Tanto che, a chi con un sorrisetto saccente ti dice che anche voi siete rimasti vittime della convivenza in tempo di lockdown, rispondi piccata che non si è trattato di rottura per Coronavirus, ma di rottura con Coronavirus.
Un giorno quell’estenuante versione di Week end con il morto che era diventata la vostra relazione è arrivata ai titoli di coda, e tu ti sei ritrovata a piede libero e divorata da una fame insaziabile. In pratica, come il virus. Single per la prima volta dopo dieci anni, infatti, vieni catapultata in un mondo avvolto dalla lugubre cappa di una pandemia che non accenna ad allentare la presa: la seconda beffa più crudele della Storia dopo l’omosessualità di Rupert Everett.
Come si è detto, odi le malattie. Più precisamente, tu e la tua psicoterapeuta siete giunte alla conclusione che ammalarsi rappresenta per te una ferita narcisistica gravissima, che mina le altrimenti solide basi di quel delirio di onnipotenza che fin dalla prima infanzia si dà il cambio, al timone della tua vita, con la mancanza di autostima. Ritieni che comportamenti virtuosi e maniacali ti preserveranno da ogni male, e quando ciò non accade il fallimento brucia più della febbre. Non ammalarti è un punto d’onore, e una pandemia non fa altro che alzare l’asticella. Venire contagiata ti risulterebbe intollerabile.
Da qualche tempo però, come si è detto, presenti tutti i sintomi di una crisi d’astinenza da contatto fisico, nello specifico con maschi etero fisicamente prestanti. Non ti eri mai accorta di quanto sesso si trovi nei libri, nei film, nelle serie tv, nelle pubblicità, nei volantini del Carrefour: ovunque sfregamenti, sfioramenti, sguardi languidi, nasi affondati nei colli, dita tra i capelli. Tutto un ansimare, un gemere, un sospirare. O forse eri tu, prima, ad essere anestetizzata e insensibile a questo bombardamento continuo, mentre ora hai la fregola di Lucia Mondella che si eccita come un macaco alla sola idea di stare un minuto in un corridoio buio con quel burino di Renzo. Se prima potevi sfogliare La filosofia nel boudoir come fosse il catalogo dell’Esselunga, ora non riesci a tenere in mano L’educazione sentimentale senza avvampare.
(continua)
