Stefano. 37 anni. Interessi: Cinema (!), Musica (!!), Letteratura (!!!).
Prudenza e disincanto ti suggeriscono di smorzare l’entusiasmo sul nascere. I corridoi della Facoltà di Lettere pullulavano di ragazzi interessati a cinema, musica e letteratura: una laurea triennale e una specialistica ti hanno insegnato che queste virtù quasi sempre si accompagnano a gravi problemi di forfora, scoliosi, alitosi, acne, onanismo compulsivo, deformità di vario genere e un ampio spettro di disturbi caratteriali. Qualcosa tra The Big Bang Theory e il bar di Star Wars.
Procedi quindi, tremebonda, alla disamina delle foto.
Reperto numero 1: Foto di gruppo. La regola aurea di Tinder è che, nelle foto di gruppo, il titolare del profilo è immancabilmente il più brutto della comitiva. Quella dello sgorbio che tenta di confondere le acque sembra essere una tattica abusata, sebbene la logica che la sottende ti risulti alquanto oscura: che senso ha esaltare per contrasto quella che sarebbe già di per sé una bruttezza indiscutibile, anche in valore assoluto? Basta dimostrare (per quanto possa una foto) di avere una socialità nella norma, per indurre la malcapitata preda a sorvolare su un occhio di vetro, il carisma di Ciro dei Neri per caso o un sorriso che sembra un calendario dell’Avvento in un giorno molto prossimo al Natale? Tuttavia, le regole esistono per essere infrante, come sembra suggerire il
Reperto numero 2: Stefano in tutto il suo cestistico splendore, nell’atto di marcare un avversario su quello che, con ogni evidenza, è il campetto vicino a casa tua. Il basket amatoriale gli vale ben tre punti: se deve essere sport, almeno che sia sport di squadra. In secondo luogo, alcuni dei tuoi ricordi più lieti hanno per protagonisti giocatori di basket, e lo spogliatoio di una squadra di NBA si avvicina molto alla tua idea di Paradiso. Infine, la scelta del campetto vicino a casa fa di lui un tipo rassicurante.
Last but not least, nonostante il succitato interesse per cinema, musica e letteratura, studiando attentamente la fotografia, non trovi traccia di gobbe né di piedi caprini.
Reperto numero 3: Un primo piano sorridente. Nessuna smorfia ridicola e, a quanto pare, denti naturali tutti al loro posto, niente elementi mancanti né tantomeno ponti, scheletrati o capsule in leghe non preziose placcate oro diciotto carati. Il che lo colloca almeno una spanna al di sopra dell’utente medio di Tinder, e al di qua del Mare Adriatico.
Ha una barba folta ma curata, il che ti induce a rivedere certe tue posizioni. Da quando lasciarsi crescere i peli su mento e guance è diventato così alternativo che l’hanno fatto tutti, gli uomini barbuti hanno perso ai tuoi occhi lo charme irresistibile di Gennarino Carunchio. Per non parlare di quel florilegio di autorevoli studi scientifici che paragonano le barbe, come terreno fertile per la proliferazione di germi e batteri, a quanto di più lurido si possa trovare sulla faccia della Terra, dal pelo di cane al water del bagno di un ristorante messicano mal frequentato e con lo sciacquone guasto. Ma ciò che in definitiva ti preoccupa di più, di questa moda malsana, è che passi: non serve la capacità immaginativa di Paola Marella davanti ad una bettola diroccata per sapere che il tricologico escamotage, negli ultimi anni, ha contribuito a rendere interessanti volti altrimenti del tutto anonimi, quando non si è rivelato essere la panacea in situazioni disperate. Da qui, il tuo assillo: se già così camuffati gli uomini scopabili sono ormai ridotti ad un’irrilevante minoranza, cosa succederebbe nel caso in cui tornassero a mostrare il ceffo nella sua interezza? Ancora stenti a riprenderti dallo shock di quel malaugurato giorno in cui hai cercato su Google “Carlo Cracco senza barba”.
Stefano ha gli occhi castani (due: non uno, non tre), distanziati al punto giusto, con pupille non convergenti né divergenti. Nessuna pinzetta ha, almeno apparentemente, infierito sulle sopracciglia. Puoi passare oltre.
Reperto numero 4: In piedi, sorseggia un cocktail al bancone di un bar con qualche amico. Questo ti consente una valutazione attenta di alcuni parametri biometrici manifesti, e, di conseguenza, di fare supposizioni quanto a quelli celati.
In primo luogo, l’altezza. Il bancone gli arriva appena sopra l’ombelico: a meno che non si tratti di un locale montessoriano, a occhio e croce stimi che il soggetto potrebbe attestarsi tra il metro e ottantacinque e il metro e novanta, centimetro più, centimetro meno.
Ti concentri poi sulle mani: l’esperienza maturata sul campo ti ha insegnato che sono il solo ed unico indizio affidabile per farti un’idea di quello che ti aspetta, e non soltanto in termini di dimensioni, come semplicisticamente si crede tra profani. Ne studi attentamente forma, dimensione, colorito, muscolatura, conformazione ed eventuali vene in evidenza: le mani di un uomo sono il modello digitale da cui il sofisticato software installato nel tuo cervello elaborerà una stampa in 3D del contenuto delle sue mutande, con un livello di precisione che si avvicina al 100%. Di conseguenza, dato un gruppo di peni ed un gruppo di mani, saresti perfettamente in grado di azzeccare gli abbinamenti in pochi istanti e con un margine di errore risicatissimo. Non che tu lo possa scrivere sul curriculum ma, senza tema di smentita, ti senti di affermare che se andasse ancora in onda Scommettiamo che…, con una prova di abilità come questa eclisseresti la fama del piccolo Daniele Radini Tedeschi, all’epoca di anni 6, che, tra trecento riproduzioni di opere d’arte scelte a caso da uno spettatore in studio, seppe riconoscere e citare correttamente “Le sorelle di Fetonte tramutate in pioppi” di Santi di Tito. Ebbene, osservando attentamente le mani che stringono quel bicchiere di mojito, ti si affaccia alla mente l’immagine della papera gigante di Florentijn Hofman.
Stai ancora fantasticando su installazioni di dimensioni mastodontiche quando Tinder ti notifica con uno squillo un messaggio in arrivo. È Stefano.
– Ciao
Colta alla sprovvista digiti Ciao!
E un istante dopo te ne penti. Non puoi sapere quanto in là si spingano l’acume e la capacità di questo Stefano d’interpretare il linguaggio paraverbale, ma sarebbe evidente persino ad un cieco (se la chat fosse in braille) che quel punto esclamativo gronda stupore e gratitudine: esattamente ciò che, prima ancora di avere iniziato una conversazione vera e propria, ti pone in una posizione di svantaggio. Quel punto esclamativo è un patetico scodinzolio sotto forma di carattere speciale. È un caso di scuola di show-don’t-tell da primo quarto d’ora di prima lezione di corso di scrittura livello base tenuto da sessantenne promessa non mantenuta della narrativa italiana nel sottotetto di un circolo Arci di periferia. Quel punto esclamativo grida: SÍ, SONO QUI, SCOPAMI! E infatti, Stefano il punto esclamativo non l’ha usato.
Per un attimo ti concedi il beneficio del dubbio, domandandoti: l’ha omesso intenzionalmente, per stabilire fin dalla prima battuta l’indiscutibile predominanza del cliente sul ristoratore, dello spacciatore sul tossico, della dama di carità sulla povera Pollyanna, insomma per chiarire fin dal principio che ha una cosa che tu vorresti e starà a lui decidere se concedertela? O per rimarcare il fatto che, tra i numerosi privilegi dell’essere un maschio, oltre a possedere un pene e poterlo maneggiare a piacimento, si annovera anche una deroga speciale quanto all’uso corretto, o all’uso tout court, della punteggiatura?
Pausa. Stefano non scrive più. Con una sola battuta di dialogo di appena cinque caratteri (con un unico simbolo, in verità) sei riuscita a dissipare in lui qualsiasi interesse nei tuoi confronti. Praticamente è record. Mentre attendi gli sviluppi, scorri di nuovo le fotografie del suo profilo. La conclusione che trai, ora che la di lui precipitosa ritirata in un enigmatico silenzio ti permette di recuperare un briciolo di lucidità, è che Stefano non è passabile: è bello. Quasi ti senti sollevata: se non ti fossi giocata ogni chance con un punto esclamativo (periodo ipotetico dell’irrealtà, a giudicare dalla sua repentina eclissi), avresti dovuto patire il disagio di frequentare qualcuno il cui aspetto fisico ti avrebbe messa in soggezione e costretta a convivere con un persistente e fastidioso formicolio sulla fronte. È pur vero che uno degli avvenimenti più misteriosi con i quali si è confrontata la tua generazione è stato il trionfo schiacciante di Camilla Parker Bowles su Lady Diana. E si dubita fortemente che l’attuale duchessa di Cornovaglia abbia conquistato l’amore di Carlo grazie a quei trucchi da bordello cinese che la fecero spuntare a Wallis Simpson. Si sarebbero forse dovuti intravedere i prodromi della rivincita degli scorfani nella notte brava di Hugh Grant, peraltro cugino alla lontana proprio di Diana Spencer e soprattutto allora fidanzato con Liz Hurley, assieme a Divine Brown, una prostituta con un cachet da sessanta dollari a botta e un’impressionante somiglianza con uno dei Jackson Five?
– Da molto su Tinder?
Ecco che Stefano riappare. Mimando il suo stile asciutto, senza cedere ad ulteriori e potenzialmente deleteri slanci, rispondi:
– Una settimana.
– Ti piace sciare? Sai fare i massaggi?
Prima che ti domandi le referenze e se sei automunita, chiudi la conversazione.
A pietrificarti non è tanto l’approccio da addetto alle risorse umane con delega alla selezione del personale che ti ha lasciato addosso la sensazione che Stefano più che un’amante stia cercando una au pair. Sei pressoché certa che, in passato, ti sia capitato di parlare con qualcuno delle tue esperienze sulle piste da sci (seppur di rado) e della tua disponibilità a fare e ricevere un massaggio (molto più spesso), eppure affrontare quegli stessi argomenti sotto forma di domande stringate su una chat di Tinder ti risulta straniante per non dire scabroso. La tua totale estraneità al medium ti fa immaginare Stefano che, nel domandarti se ti piace sciare, si frega le mani e s’ingobbisce ingrifatissimo, emettendo grugniti soffocati mentre la punta della lingua guizza a fare capolino dall’angolo della bocca. Parallelamente, tu ti trasformi in un pudico personaggio da romanzo vittoriano e arrossisci di sdegno di fronte all’impudenza di quello sconosciuto che si è permesso di importunarti frugando tra le pieghe del tuo travagliato rapporto con sci e racchette. Come osa?
Mentre scaldi la ceralacca alla fiamma della pruderie per sigillare la missiva nella quale esprimerai a Stefano tutto il tuo disappunto e la ferma intenzione di troncare immediatamente quell’indecorosa relazione epistolare, ecco un altro trillo.
A quanto pare, HAI UNA NUOVA COMPATIBILITÀ!
(continua)
