Strade? Dove andiamo noi, non ci servono strade!
È questo che pensi, quando, scartabellando profili su Tinder, ti imbatti in una duck face. Non c’è altra spiegazione: una DeLorean ti ha appena depositata nel 2005, quello che stai sfogliando non è Tinder ma MySpace, e farsi un autoscatto mentre si assume l’espressione di una scimmia cappuccina in procinto di accoppiarsi è ancora avanguardia pura. In effetti, a ben vedere, non sarebbe avanguardia pura nemmeno nel 2005, visto che Ben Stiller ha inventato il personaggio di Derek Zoolander nel 1996 e il film che lo vede protagonista è uscito nelle sale nel 2001. Quindi, anche se una DeLorean ti avesse appena depositata nel 2005, il tipo di cui stai guardando la fotografia sarebbe comunque un coglione. Inoltre il tuo decadimento sul piano mentale e fisico, la banchisa del Polo Nord ridotta alle dimensioni di un bilocale e la messa in onda della diciassettesima stagione di Grey’s Anatomy non lasciano spazio ad equivoci: corre l’anno 2020.
Eppure, c’è ancora chi esibisce labbra aggettanti, fronte aggrottata e sguardo da lesione neurologica permanente. Posa grottesca e per nulla à la page, dato che negli ultimi quindici anni la duck face è stata surclassata, nell’ordine, da: sparrow face, fish gape, migrain pose, T-Rex hands, rapidamente evolutasi in fingermouthing, e squinching. Avresti scommesso che almeno le ultime due fossero categorie di YouPorn, e invece rappresentano le fasi finali dell’evoluzione del selfie. Fatto, questo, serenamente ignorato dal soggetto che ti fissa dallo schermo del tuo cellulare. Vorresti scartarlo, e senza dubbio lo scarterai (studi scientifici dimostrano che coloro che fanno delle facce da deficienti nelle fotografie, nella quasi totalità dei casi sono effettivamente deficienti), ma, al pari di un episodio di Settimo Cielo, ciò che vedi è talmente grottesco che non riesci a smettere di guardarlo.
Ipnotizzata, ti sporgi per contemplare il fondo di quel baratro di mancanza di sicurezza in se stessi, bassa autostima e terrore del giudizio altrui che ti si è spalancato davanti agli occhi. Quel poveretto, costretto dai disturbi sopraelencati a rifugiarsi precipitosamente tra le accoglienti braccia di una pratica ridicola e conformista, oltre che sorpassata, quasi ti fa pena. Lungi da te sottovalutare il triplo carpiato della patologia psichiatrica di chi vorrebbe disperatamente far credere che la deliberata alterazione dei connotati sia una strategia per camuffare i tratti di un volto attraente in modo quasi offensivo così da accattivarsi le simpatie di chi guarda (una sorta di autoironia da minus habens, il cleuasmo dell’analfabeta), mentre di fatto è l’esito di un mix letale di narcisismo e dismorfofobia. Come in un telefono senza fili postbasagliano, il risultato finale non ha nulla a che vedere con l’intenzione di partenza. Il messaggio che dovrebbe arrivare è: So che sono bello, e non temo di fotografarmi mentre faccio una smorfia. Il messaggio che invece arriva è: Sospetto che il mondo dell’internet, che nel mio cerebro disabitato si sovrappone a quello reale, trabocchi di visi più gradevoli di quello che mi ritrovo, ma poiché il mio aspetto fisico è l’unico bene che ho da offrire alla società, non mi resta altro che pubblicare una foto di me con un’espressione da patetico idiota, nella speranza che nessuno si accorga che la mia vita mi provoca incoercibili conati di vomito e che, se mi soffermassi ad analizzare lucidamente le profonde ragioni del mio comportamento, la cosa più sensata da fare sarebbe suicidarmi.
Da ultimo, provi un inspiegabile supplemento di fastidio al pensiero che a ritrarsi in questo modo sia un uomo, come se le diverse manifestazioni di stupidità seguissero una rigida tassonomia in base al genere sessuale. Alle femmine: la duck face, Uomini&Donne, la fila fuori dai negozi Pandora, il bikram yoga; ai maschi: la curva dello stadio, le gare di rutti, la PlayStation, l’ultimate frisbee. Il vicino filonazista di American Beauty che è in te, avrebbe riservato al suo delfino una scudisciata aggiuntiva se lo avesse sorpreso nell’atto di puntare la videocamera verso di sé per fare le boccucce, anziché zoomare sull’asimmetrico seno della pubescente dirimpettaia.
Dopo aver dato al papero giulivo la collocazione che gli compete (il cestino), ripensi a quando, durante la prima fase della pandemia, in rete spuntavano come virologi video nei quali veniva spiegato, passaggio per passaggio, come produrre in casa l’Amuchina, improvvisamente introvabile, finché non erano diventati introvabili anche gli ingredienti per prepararla, esattamente come poche settimane dopo sarebbe accaduto con la pizza e il lievito madre, seguiti a ruota dai tappetini per smaltire con lo yoga le calorie della pizza, e poi da bustini, tutori e borse del ghiaccio per rimediare ai danni dello yoga. Oggi invochi un tutorial per fabbricare lo Xanax: se solo non avessi trascorso le lezioni di chimica al liceo a fantasticare su una torbida liaison con il rappresentante d’istituto, a quest’ora potresti essere il Walter White delle benzodiazepine. Tinder, da quell’allevamento intensivo di tonni che immaginavi, si sta rivelando nient’altro che una palude stagnante e limacciosa, e tu che ti eri lanciata nell’impresa con l’entusiasmo di Atreiu rischi di fare la fine ingloriosa del suo cavallo.
E dire che la penuria di candidati se non eccellenti almeno passabili ti ha indotta ad allargare le maglie della tua rete. No, non ai proprietari di pantaloni alla pescatora di jeans: quelli saranno gli ultimi che raccatterai dalla cloaca, devastata dalla consapevolezza che un eventuale accoppiamento con un rappresentante della categoria, oltre ad essere funestato da una grave secchezza vaginale, potrebbe mettere in circolazione altri individui con un DNA zoppicante, sempre che la Natura non abbia preferito saggiamente tutelare la razza umana, concedendo ai proprietari di pantaloni alla pescatora di jeans una provvidenziale sterilità, come accade in certe forme di handicap.
Nonostante le efficaci strategie messe in atto per proteggerti dal catastrofismo di chi non fa altro che snocciolare dati e numeri sempre più allarmanti (strategie che consistono più che altro nel simulare problemi di linea alla Aldo, Giovanni e Giacomo quando telefona tua madre), ti accorgi di non essere del tutto immune alla psicosi da seconda ondata. Prima, chi dichiarava o dimostrava, con tanto di documentazione fotografica allegata, di svolgere la professione di medico, sortiva su di te se non l’effetto del proprietario di pantaloni alla pescatora di jeans, quanto meno quello del motociclista: una rapida fuga. Questo avveniva per via del fatto che un medico, oltre ai rischi da mettere sempre in conto in caso di contatto ravvicinato con chicchessia (mononucleosi, herpes labiale, congiuntivite virale, pidocchi e piattole, candida, clamidia, sifilide, scabbia, verruche, HIV, HPV e così via), sarebbe stato il veicolo ideale di tutte le patologie legate alla sua branca di specializzazione, sommando allo stigma di untore generico quello di untore specifico. Avresti forse chiuso un occhio sugli ortopedici, se solo il Sistema Sanitario Nazionale avesse previsto per loro una mensa e uno spogliatoio a parte. In ogni caso, andando contro a ciò che una pandemia sembrerebbe suggerire, da qualche tempo non solo i medici esercitano su di te un fascino magnetico: ora come ora, ti sentiresti di concedere una certa benevolenza anche a infermieri e volontari del 118. Con questi chiari di luna, meglio non andare troppo per il sottile: il letto che vai cercando potrebbe essere in terapia intensiva.
Un gaio scampanellio interrompe le tue elucubrazioni: Tinder ti annuncia, in modo alquanto naïf per un’applicazione nata con il preciso obiettivo di far scopare adulti consenzienti, che “HAI ATTIRATO L’ATTENZIONE DI QUALCUNO!”, perciò ti precipiti a vedere di chi si tratti. Il lato rassicurante della versione economica di Tinder è che, per ricevere questo tipo di messaggio, l’affinità deve essere reciproca, dunque chi ha espresso apprezzamento nei tuoi confronti deve essere per forza qualcuno per il quale tu hai espresso apprezzamento a tua volta. Il particolare che ti turba è che tutto ciò che ricordi del tuo ultimo raid su Tinder è che avevi bevuto un bicchiere di troppo e hai concluso la serata postando su Instagram una foto di te, sul letto, con addosso solo mutande e cappotto.
(continua)
