È giunto il momento di scaricare l’unica applicazione che abbia una qualche utilità, in tempi così difficili. Purtroppo però lo spazio a disposizione nella memoria del tuo cellulare antidiluviano è limitato, e dovrai operare una scelta, dolorosa ma necessaria. Ti sei documentata: con i suoi milioni d’iscritti, l’alta percentuale di soddisfazione, il servizio di notifiche discreto ma puntuale e le sue finalità ludico-ricreative, Tinder batte Immuni a mani basse.
Non appena clicchi sulla più che promettente icona a forma di fiamma ardente, già pregustando il divampare di incendi ormonali e roghi di mutande, appare una scritta a caratteri cubitali che ti consiglia di passare alla versione a pagamento. A parte l’approccio rapace da adescatore di setta religiosa che ti promette il Paradiso agganciandoti con una frase a effetto e ricordandoti i buoni sentimenti e l’amore universale che albergano nel tuo cuore, ma non ti lascia nemmeno il tempo di crogiolarti nell’autocompiacimento che già ti chiede i dati bancari per estorcerti una generosa offerta, dopo averci riflettuto approfonditamente per almeno cinque secondi, decidi di procedere con la versione gratuita: prima di tutto, sospetti che chi è disposto a pagare per cercare una donna su Tinder sia ancora più disperato di chi la cerca gratis, e in secondo luogo, va bene che, come si è detto, gli uomini sono le nuove donne, e di conseguenza le donne sono i nuovi uomini perché se no non si andrebbe da nessuna parte, ma non hai intenzione di lanciare fin da subito il segnale che sei propensa ad allentare i cordoni della borsa per incrementare le tue possibilità di guadagnarci una scopata. Preferisci aspettare almeno che la tua conquista si faccia offrire l’aperitivo al primo appuntamento, comme il faut.
Inizi quindi ad inserire i tuoi dati. Al momento di indicare la data di nascita, ti rendi conto che ti verranno proditoriamente attribuiti trentasei anni, mentre tu ne hai trentacinque: hai stabilito infatti che, poiché il tempo è una mera convenzione, continuerai a compierne trentacinque finché la tua vita non riprenderà il suo corso, fatto di attacchi d’ansia all’idea di una gita fuori porta, di malumori prima di una partenza, di inviti a cene alle quali preferiresti di gran lunga una qualsivoglia prova di Mai dire banzai, di contatto fisico non richiesto e sgradito, di proiezioni cinematografiche e spettacoli teatrali ai quali tu non assisterai, perché c’è in giro l’influenza, ma almeno teatri e cinema saranno aperti per coloro a cui puzza la salute, che diamine! Vivi un breve attimo di autocompiacimento, neanche fossi stata appena avvicinata da un adescatore di setta religiosa, constatando con quale generosità d’animo, nell’auspicarti il ritorno alla normalità in termini d’intrattenimento in luoghi chiusi e affollati durante il picco influenzale, tu sappia far tue alcune battaglie che non ti riguardano affatto. Del resto, sei sempre stata una fiera avversaria di quelle menti limitate e poco fantasiose che sostenevano che non si possano avere afflati sinistrorsi pur indossando puro cashmere, che i meridionali non avrebbero mai votato per la Lega o che sia fuori luogo farsi vedere al Family Day se si fa parte di famiglie allargate, se si porta avanti una convivenza more uxorio o se tuo marito è immischiato in un traffico di squillo minorenni.
Inghiottito l’amaro boccone di quel TRENTASEI che campeggia ora in cima alla schermata del tuo cellulare, scopri che la fase successiva della registrazione ti sottopone ad una prova ancora più ardua: devi selezionare le foto che andranno a comporre il tuo profilo, cosicché la controparte maschile possa valutare se scartarti o premiarti con un cuoricino. Sei sconcertata. Beh, cosa ti aspettavi da un’applicazione di dating? Che ti chiedesse di caricare la lettura del contatore del gas? Il problema è che il giorno in cui distribuivano la fotogenia tu eri in fila per le tette, e, per colmo di sfortuna, quando era quasi arrivato il tuo turno per le tette ti è scappata la pipì, e il resto è storia. È solo per questa ragione che sui tuoi profili social compaiono pochissime foto di te, e nessun autoscatto, e non a causa di tutti gli articoli dell’American Psychiatric Association che illustrano chiaramente come il vizio di farsi dei selfie sia indice di un grave disturbo mentale, oltre a farti fare la figura del deficiente: fosse solo quello il problema, e non il fatto che in fotografia sembri l’amorfo lavoretto di Natale di un bambino di prima elementare affetto da deficit cognitivi e motori, passeresti le giornate a farti autoscatti, e quel particolare disturbo mentale andrebbe ad aggiungersi alla tua fiorente collezione, senza essere nemmeno il peggiore. Se non altro, uno dei lati positivi della dismorfofobia è che ti salva dal pubblico ludibrio. Che comunque sospetti sia sempre dietro l’angolo, visto che sei anche paranoica.
Perciò, per non perdere tempo elabori un piano semplice ma efficace: dai per scontato che se una tua foto è passata al vaglio attento della censura (tu) ed è stata pubblicata su Instagram, significa che non fa così schifo, quindi è da lì che pescherai quelle quattro o cinque immagini che ti permetteranno di completare l’iscrizione. Per la verità, ti tocca frugare un bel po’, perché a quanto pare pubblichi soltanto foto del tuo cane e di copertine di libri. (E ancora ti domandi come mai non scopi?)
Ora devi indicare il tuo orientamento sessuale: la risposta determinerà le tue preferenze e dunque il tuo bacino d’utenza. Ti definisci eterosessuale, ma ti dai ancora altri tre anni al massimo prima di comprare un biglietto per una crociera all’isola di Lesbo.
Da ultimo, devi inserire l’età minima e massima delle tue prede e il raggio della ricerca in chilometri.
Ed è a questo punto che provi una curiosa sensazione di déjà-vu.
Hai compilato un form con i tuoi dati, hai fornito esplicite indicazioni su cosa stai cercando e specificato entro quale area dovrà avvenire la perlustrazione: improvvisamente ti è chiaro che stare su Tinder è come iscriversi ad immobiliare.it. Dunque cercare un uomo è come cercare casa. Questa scoperta dovrebbe rallegrarti, visto che ci sei già passata due volte (con le case), ma di fatto ti deprime, perché è stato uno strazio (non solo con le case). Hai odiato cercare un appartamento. È un’esperienza che ti saresti volentieri risparmiata, come la rimozione di quella maledetta cisti dall’orecchio sinistro nel 1999, con la sostanziale differenza che, prima di farti vedere certi appartamenti, nessuno ha avuto il buon cuore di farti l’anestesia. Peraltro, proprio come quando cercavi casa, hai tracciato un raggio di meno di quindici chilometri dalla tua posizione (bugia: quando cercavi casa, il raggio era meno di cinque chilometri), e un’area così ristretta di certo non favorisce il successo dell’operazione. Sperando di non dover competere, anche per la corsa al maschio, con torme di agguerrite fuorisede abili a saccheggiare e lasciare dietro di sé soltanto impresentabili scarti, ti consoli al pensiero che almeno, in questo caso, non dovrai avere a che fare con gli agenti immobiliari, categoria per la quale probabilmente è stato istituito un apposito girone all’Inferno, difficile dire se per la loro ladronesca incompetenza o per quelle abominevoli scarpe a punta di vernice nera.
Decidi che la cosa più saggia da fare sarà sfruttare questa inedita analogia e applicare in maniera rigorosa e scientifica, allo spulcio dei profili su Tinder, le poche ma incrollabili certezze che hai acquisito durante quelle due incursioni nel real estate:
- Le descrizioni non dicono quasi mai la verità.
- Se nell’inserzione non compare nemmeno una foto, meglio passare oltre.
- Prima di fare progetti, verifica che sia libero da subito.
- Non farti illusioni: le dimensioni indicate sono SEMPRE quelle commerciali, mai quelle calpestabili.
Piccolo, ma non trascurabile particolare: a differenza di quanto accaduto su immobiliare.it, ora la tua ricerca ha l’urgenza di uno sfratto esecutivo.
(continua)
