Da Wikipedia: L’imprinting è un particolare tipo di apprendimento per esposizione, presente in forme e gradi diversi in tutti i vertebrati. Serve a fissare una memoria stabile delle caratteristiche visive degli individui da cui si verrà allevati (imprinting filiale) o degli individui con i quali è possibile riprodursi (imprinting sessuale).
Il primo limone che hai dato su base volontaria, al di fuori del contesto normato dalle implacabili logiche del gioco della bottiglia, l’hai dato a uno che ti faceva schifo. In accordo con la teoria dell’imprinting, quindi, è piuttosto difficile sostenere che questo non abbia condizionato il corso degli avvenimenti che ti hanno portata, oggi, a sfogliare profili di sconosciuti su Tinder.
Riviera romagnola. Estate 1997. Ritrovi come ogni anno gli amici del mare, ma alcune significative novità si sono nel frattempo affacciate all’orizzonte, tra cui ciuffi di peluria anarchica, membra sproporzionate e odore acre. La pubescenza si manifesta in modo del tutto randomico, come in un’estrazione del lotto ormonale: potevano arrivarti tette, mestruazioni e lascivia, invece hai ricevuto baffi, brufoli e sbalzi d’umore. Anche i maschi sono cambiati. Vogliono mettersi in mostra, e lanciano qua e là certi sguardi lubrichi e morbosi che sembrano usciti da un documentario di Super Quark diretto da Matteo Garrone. Hanno improvvisamente scoperto di avere un pene, e lo tormentano con la stessa foga compulsiva con la quale, solo l’estate prima, manovravano il joystick di Puzzle Bobble. E così, nelle torride ore post-prandiali, un branco male assortito di zombie impacciati e appiccicosi vanno alla ricerca di femmine con cui esplorare nuovi passatempi dietro le cabine e sotto il tavolo da ping-pong. E tu, che non hai mai praticato sport di squadra, scopri il terrore di essere quello che viene scelto per ultimo a calcetto. Essere scartati e basta sarebbe già una ferita narcisistica degna di nota, ma almeno permetterebbe di allontanarsi e lasciare il gruppo facendo perdere le proprie tracce, come un animale impallinato che se ne va a morire, solo, nel cuore del bosco. Essere scelti per ultimi, al contrario, non prevede alcun sollievo dall’umiliazione cocente. Sei costretta a continuare a giocare, sapendo però che ruolo ti è stato assegnato: la penalty. Ti dici che questo non può succedere, non sopravvivresti all’onta. Anche perché, nonostante i maschi presenti siano gli unici esemplari che hai a disposizione (e nella logica della moltiplicazione della specie che d’improvviso vi governa, tanto dovrebbe bastare a farteli vedere come dei semi-dei fecondatori, potenziali impollinatori dei tuoi ovociti, che per inciso in questo momento se ne stanno dormienti e ignari), conservi sufficiente lucidità per renderti conto che non hai di fronte il cast di Bay Watch: mentre venire scelta per ultima da David Hasselhoff potrebbe avere un che di ineluttabile, essere scelta per ultima dai Goonies avrebbe un sapore ancor più amaro. L’unica è scegliere tu per prima. Decidi di giocare di strategia e punti sulla preda più facile. Il colpo sicuro. Il più sfigato. Anche ora, a distanza di decenni, ripensando a quella scena puoi individuare il momento esatto nel quale la tua asticella, in fatto di maschi, si è abbassata irrimediabilmente, assumendo quella inclinazione verso l’humus che determinerà le tue scelte future.
Il fortunello è C. Rachitico e ingobbito, è poco più di un mucchietto di ossa tenute insieme da un lembo di pelle bruciacchiata dal sole. Nonostante un apparecchio ortodontico che pare uscito dalla fantasia di Tim Burton, riesce a mangiarsi le unghie fino alla prima falange. E questo, unito alla sua conformazione fisica, fa somigliare le sue dita a dei fiammiferi. È un competitivo della peggior specie: quelli che perdono sempre. Quindi è anche isterico. Dal suo ingresso nella pubertà, poi, gracchia le sue lamentazioni con una voce strozzata che a tratti fatica a uscire dalla trachea. E questo sembra innervosirlo ancora di più, facendo vibrare di frustrazione quella nocciola ammaccata che ha al posto del pomo d’Adamo.
Eccoti quindi seduta su una panchina, nell’afa soffocante delle tre del pomeriggio, accanto a C., che dopo l’accenno di spavalderia manifestato mentre vi allontanavate dal branco, ora chiaramente non ha idea di cosa fare. Il caldo non fa che peggiorare una situazione già imbarazzante e, con la quantità di ormoni che avete in corpo, in pratica traspirate soupe à l’oignon. Dopo una mezz’ora buona, C., sfinito dalla tensione e gravemente disidratato, con la forza della disperazione solleva un braccio e te lo passa attorno alle spalle. Il braccio è talmente sottile e leggero che, se non fosse per l’assenza della minima bava di vento, avresti detto che sia stato mosso da uno spostamento d’aria. Tu abbassi gli occhi con finto pudore virginale, mentre in realtà stai cercando, nella trama del pareo, la spiegazione psicanalitica del tuo trovarti lì, in compagnia di uno sgorbio raccapricciante, per di più a soffrire come un cane per le condizioni climatiche avverse. E così facendo ti accorgi con sommo disgusto che la sua coscia è esattamente la metà della tua. Fissando quella gambetta secca, prendi coscienza del tuo essere grossa e sgraziata come un’otaria. Non che un’otaria abbia le cosce, ma se le avesse sarebbero esattamente come le tue. Ecco cosa siete: un’otaria e un insetto-stecco. Un accoppiamento inedito e contro natura. Come se non bastasse, mentre tu stai formulando questo pensiero, le sue ghiandole sudoripare lavorano a pieno regime, e con la visione periferica scorgi una goccia di sudore che inizia a calarsi giù lungo quel ciuffetto di peli fulvi che gli è cresciuto sotto l’ascella negli ultimi dieci minuti. Scendendo, aumenta di volume, raccoglie tutte le tossine e le impurità avviluppate alla peluria, s’intorbida, cresce ancora e infine, dopo un’ultima, tremolante, esitazione, si lascia cadere, atterrandoti sulla pelle della spalla con un assordante plaf!
Vorresti amputarti il braccio dal lobo dell’orecchio, ma cerchi di darti un contegno. Lui, ignaro dell’accaduto, è prostrato dall’impresa di averti cinto le spalle, ma anche ringalluzzito dall’audacia del gesto e sinceramente stupito dal suo esito: probabilmente si aspettava che ti saresti sottratta al contatto schifata, come chi, nuotando nell’acqua limacciosa dell’Adriatico, si senta sfiorare da qualcosa di viscido. C. pensa bene di consolidare le posizioni guadagnate facendosi più vicino: ora senti le sue costole premerti contro il braccio. Prendi una decisione drastica: se devi morire, che almeno sia una morte rapida e indolore. Quando ti giri verso di lui, rassegnata, lo trovi già pronto, con gli occhi semichiusi. Persino dietro le labbra umide e protese, puoi indovinare una per una le sagome degli attacchi dell’apparecchio. In una frazione di secondo è fatta. Prima che tu abbia il tempo di dire mononucleosi, stai dando il tuo primo bacio. Se così si può definire quello sconclusionato mulinare di lingue in mezzo a marosi di saliva. Chi l’avrebbe mai detto: alcuni orifizi sembrano molto più grandi, dall’interno. Infatti la tua lingua nella sua bocca sembra un nano che scorrazza sotto le volte di una cattedrale, e la sua lingua nella tua bocca un dito mignolo che fruga nella buca di un campo da golf. Nano e mignolo si inseguono come gatto e topo nei cartoni animati: non si toccano, quasi fossero due calamite con i poli di uguale segno che si fronteggiano, si evitano, si respingono senza contatto. La faccenda sta diventando ridicola. Il caldo è insopportabile. Non sai chi di voi due abbia i baffi più sudati. I capelli sciolti ti si stanno appiccicando alla nuca e alla schiena: hai voluto giocare la carda della maliarda, ed ecco il risultato. Non sapendo dove mettere le mani, le tieni saldamente ancorate sulle cosce da otaria. Gli occhi sono chiusi, strizzati, per il terrore che la luce del sole, passando attraverso le palpebre, vi proietti la sagoma dell’obbrobrio che hai attaccato alla faccia. Il mix di temperatura torrida, concentrazione e disgusto ti fa vivere un’esperienza extracorporea. E mentre vieni attraversata dal pensiero che, Dio santo, ha anche l’r moscia, l’anima abbandona le tue spoglie mortali per fluttuare da qualche parte in alto a sinistra sopra di voi. Non ti era mai successo, ma succederà ancora. Molte altre volte. In ogni occasione nella quale farai qualcosa che non ti va, quando il ribrezzo o l’ansia diventeranno insopportabili, con un balzo uscirai da te e ti lascerai lì come il guscio vuoto di una cicala, nell’attesa paziente e incredula che tutto finisca.
(continua…)
