Piccola intervista a
Caterina Graziosi, illustratrice
Cosa vuol dire per te disegnare?
In primis generare qualcosa che prima non c’era, e nel mio caso, raccontare, suggerire una storia, perché nasco come illustratrice di libri per l’infanzia, per cui l’aspetto narrativo e fiabesco è intrinseco alla mia espressività. Disegnare per me è entrare nel mio mondo interiore e uscirne con un tesoro dimenticato, mettermi in contatto con la mia infanzia come unico regno in cui l’immaginazione è il potere assoluto, tutto è possibile. Nel mio caso poi il disegno è strettamente legato alla poesia e alla capacità di vedere il mondo con un altro sguardo, che tra l’altro è spesso quello del bambino, in grado di trovare la bellezza in ogni cosa.
Disegnare è terapeutico?
Lo è, nonostante l’atto creativo porti con sé sempre qualcosa di tormentato: diventa terapeutico quando riconosco nel mio disegno esattamente ciò che volevo esprimere in termini di emozioni, colori e atmosfere. Altre volte invece inizio a disegnare, ma non so dove mi porterà la matita, in una sorta di brainstorming di immagini che si sviluppa per associazione di idee, un flusso di coscienza visuale. Allora, non essendoci aspettative, disegnare diventa davvero una cura trasformando le emozioni in segni fuori da me.
Colori e materia: come influiscono sui nostri sensi, sulla mente, sull’anima?
Il colore è legato intimamente ai nostri stati d’animo attraverso un doppio riflesso, siamo influenzati ancestralmente da certi colori: è scientificamente dimostrato che le tonalità possono modificare la psiche in una certa misura; di riflesso usiamo il colore per esprimere le nostre emozioni, per esempio attraverso il colore dei nostri abiti. Io personalmente sono attratta da certe armonie di colori come fossero accordi musicali, e disegnando posso mettere su carta una melodia cromatica allegra o triste o misteriosa.
Quali artisti ti ispirano e vuoi segnalarci?
Legando il colore alla musica e all’emotività non posso tralasciare Kandinsky, ma vorrei aggiungere anche Paul Klee con le sue sinfonie di cromìe, Matisse e la sensualità del colore puro e mediterraneo. Ma sono una illustratrice e vorrei dirvi di andare a sbirciare Štěpán Zavřel, Lorenzo Mattotti, Shaun Tan (adoro!), l’illustratore e artista Hervé Tullet… potrei non fermarmi più!
Nella tua esperienza, quali attività possono aiutare a stare meglio, emozionare e dare soddisfazione specialmente in un periodo come questo?
Mi sono fatta l’idea che può farci sentire bene tutto ciò che è manuale. Ora che, isolati e chiusi in casa, anche le relazioni possono essere solo virtuali e il nostro mondo si sta smaterializzando, è consolante poter creare qualcosa di tangibile, che resta, che ci fa sentire reali. Io personalmente ho scritto delle lettere (di carta!), mandato ad amici e parenti dei miei disegni, delle foto, o degli oggetti creati da me.
Sei insegnante / fai formazione online / hai figli in DAD: come è il tuo rapporto con la didattica a distanza?
Mio figlio piccolo che ha 8 anni per lunghi mesi pensava che si chiamasse DIDATTICA DI STANZA, perchè si fa in una stanza, e questo ci dà l’idea di quanto si sentano isolati e straniati gli studenti. Se fossi un’ insegnante credo che sarei già sotto psicofarmaci, per fortuna i miei quattro figli sono tutti molto smart e io non ho nemmeno idea di come ci si colleghi a classroom. Detto ciò, consentitemi un pippone socioculturale: questa non è scuola, ma è un palliativo, e da ciò dovrebbe conseguire una presa di coscienza sulla centralità e importanza della figura dell’insegnante, ruolo che francamente dovrebbe essere retribuito in termini economici e sociali in maniera adeguata. Lo stesso vale per la famiglia, che si è trasformata in luogo di cura e scuola, rivelando la sua importanza a livello umano e sociale. Conosco tanti ragazzi che all’annuncio del secondo lockdown, pur di non rimanere soli e lontani dai coetanei, hanno deciso di vivere insieme e condividere gli spazi. Sostenere le famiglie e sostenere la scuola sono le grandi evidenze emerse da questa tragedia.
Consigliaci un libro, un film e una canzone.
Userò un artificio retorico per consigliare due libri invece che uno: il libro dei libri, il libro definitivo che contiene TUTTO (amore, morte, odio, avventura e passione, temi esistenziali sul dolore e il senso dell’esistenza umana, critica sociale, storia e cultura): I fratelli Karamazov. Se superi le prime 30 pagine e ti annoti tutti i patronimici di ogni personaggio, è più avvincente dei gialli di Camilla Läckberg. Però mi rendo conto che Dostoevskij mette in soggezione, e visto che in questo periodo è solo l’ironia che può salvarci, consiglierò uno dei libri più divertenti mai scritti: Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace. Non dico altro, va letto. E il film: Nausicaa della Valle del vento di Miyazaki, film d’animazione per chi come me ha voglia di evasione, sogno e immaginazione, ma che vuole riflettere sulla natura che si ribella all’insensatezza dell’uomo. Una visione estatica e contemplativa della natura innocente che si traduce in disegni e animazioni mozzafiato. Pura poesia. E come colonna sonora, qualcosa per sdrammatizzare e che dia la carica, per me è Rasputin di Boney M., perchè mi fa ridere e mi energizza con la sua spregiudicatezza.
Puoi farci vedere qualcosa del tuo lavoro e permetterci di pubblicarlo ?
Bolognese di nascita, classe ’77, ma lombarda per compromesso amoroso, diplomata al Minghetti e ri-diplomata allo IED di Milano, disegno per non morire e faccio l’impiegata per sopravvivere. Ho una personalità multipla in cui Wendy e Peter Pan si contendono il comando della mia psiche, quattro figli che miracolosamente non risentono della mia schizofrenia emotiva grazie al contrappeso indispensabile del marito ingegnere. Inseguo la bellezza in ogni sua forma, senza raggiungerla mai e questo è il segreto della mia felicità.












